rassegna stampa per la sinistra

conoscere per trasformare

Cucchi, indagine per un omicidio

tratto da il manifesto web FUORIPAGINA
del 31/10/2009
di Cinzia Gubbini

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Omicidio preterintenzionale. E’ questa l’ipotesi su cui sta lavorando il pm della Procura di Roma Vincenzo Barba che indaga sulla morte del trentunenne Stefano Cucchi. Morto il 22 ottobre nella struttura penitenziaria dell’ospedale Sandro Pertini, dove è arrivato con tumefazioni al viso e due vertebre rotte. Il ragazzo era stato fermato dai carabinieri nella periferia est della città la notte tra il 15 e il 16 ottobre. Addosso aveva 20 grammi di marijuana. Era risultato negativo al narcotest.
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L’illusione del nation building

loretta napoleoni 6 novembre 2009

L’illusione del nation building

In Afghanistan la democrazia occidentale è un modello inapplicabile. Agli Stati Uniti servono idee nuove su come portare pace e benessere in un altro paese.

Nel ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino gli Stati Uniti stanno perdendo la guerra in Afghanistan, un paese che indirettamente contribuì al crollo della cortina di ferro. Negli anni ottanta i mujahiddin afgani combatterono il jihad antisovietico proprio come oggi le forze della coalizione occidentale danno battaglia ai taliban e ad Al Qaeda. Nel febbraio del 1989, dopo una ritirata lunga, dolorosa e umiliante, gli ultimi militari sovietici uscirono dall’Afghanistan, pochi mesi prima dell’implosione del sistema sovietico. Senza quella sconfitta, oggi forse non potremmo festeggiare i vent’anni dalla fine della guerra fredda e l’Europa unita.

Ma oggi l’Afghanistan determina ancora una volta il nostro futuro. E, paradossalmente, il cimitero di una superpotenza è diventato il campo di battaglia dell’altra, cioè degli Stati Uniti, che finanziarono i mujahiddin insieme ai sauditi e che hanno usato questo paese così ostile per sconfiggere l’Unione Sovietica.

Le analogie tra le due guerre sono molte. I generali sovietici non facevano che chiedere più uomini per controllare quel territorio, dove la moderna macchina da guerra non funzionava. Le armate degli Stati Uniti e della coalizione occidentale sono di fronte allo stesso problema: le consuete tattiche belliche non danno i risultati sperati e ogni vittoria porta con sé altrettante illusioni.

Come scoprirono a suo tempo i generali sovietici, in Afghanistan è del tutto inutile conquistare un villaggio, perché il giorno dopo i terroristi riprendono il controllo delle sue strade. I taliban sono sfuggenti come i mujahiddin: la sera svaniscono sulle montagne e la mattina dopo sono lì che sparano di nuovo.

Le due guerre si somigliano anche sotto il profilo geografico. Durante il jihad antisovietico gran parte dei combattimenti si svolse nel sud dell’Afghanistan, verso il confine con il Pakistan, dove i mujahiddin si rifugiavano per sfuggire ai sovietici. Oggi i taliban e Al Qaeda hanno il loro quartier generale a Quetta, in Belucistan. La maggior parte dei morti sovietici cadde nelle province di Kandahar e di Helmand, che anche in questa nuova guerra afgana sono le zone più instabili. Ma la somiglianza che colpisce di più riguarda l’obiettivo finale delle due guerre: trasformare l’Afghanistan in un paese amico facendone un replicante della superpotenza che lo invade. Uno stato satellite dell’universo sovietico vent’anni fa, una democrazia all’occidentale oggi. Pericoloso, come esercizio di nation building.

Il passatempo preferito di Washington
Fino alla caduta del muro di Berlino gli Stati Uniti si erano mossi con cautela in questo gioco, che sembrava piacere a Mosca. Due tentativi – la trasformazione della Germania e del Giappone in paesi democratici – erano andati bene, anche se Washington ha davvero ultimato il suo compito solo con la riunificazione tedesca del 1990. La caduta del muro di Berlino aveva dimostrato che la democrazia era esportabile. Forse, dopo aver visto gli europei fare a pezzi il muro a mani nude pur di ricongiungersi con parenti e amici dall’altra parte della barriera della guerra fredda, la Casa Bianca si era convinta che la democrazia era l’arma più potente di cui disponeva. Questo spiegherebbe perché, dagli anni novanta in poi, il passatempo preferito di Washington sia diventato il nation building.

Da uno studio condotto dalla Rand corporation nel 2003 risulta che sulle 55 operazioni di pace organizzate dagli Stati Uniti dal 1945, 41 sono successive al 1989. Gli interventi di Washington sono sempre stati seguiti da iniziative di nation building, ma il bilancio è pessimo. Dalla Somalia nel 1993, passando per il Ruanda, la Bosnia e il Kosovo, ogni volta “gli Stati Uniti hanno guidato un intervento di portata più vasta e più ambizioso del precedente”, conclude il rapporto.

George W. Bush ha criticato i tentativi di diffondere la democrazia di Bill Clinton, ma dopo l’11 settembre si è impegnato in un importante e ambizioso progetto di nation building in Afghanistan e in Iraq. Nessun presidente americano eletto dopo la guerra fredda, compreso Obama, ha capito che l’elemento principale del nation building non è la ricostruzione economica, ma la trasformazione politica.

Così gli americani stanno facendo gli stessi errori dei sovietici. In Somalia, ad Haiti e in Afghanistan Washington non è riuscita a insediare dei veri governi democratici, perché tutti e tre i paesi sono lacerati da divisioni etniche, socioeconomiche o tribali. Quanto all’Afghanistan, sembra proprio che la democrazia di stampo occidentale sia il modello sbagliato da applicare. L’Urss è crollata a causa dell’obsolescenza del modello economico e politico su cui poggiava. Il Cremlino non ha saputo modernizzarsi e la sua sfortunata guerra in Afghanistan l’ha dimostrato.

Quanto agli Stati Uniti, corrono lo stesso rischio se la loro modernizzazione si limiterà all’elezione di Barack Obama. Avrebbero bisogno anche di un’idea nuova su come portare la pace e il benessere in un altro paese.

Loretta Napoleoni è un’economista italiana che vive a Londra. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è La morsa. Le vere ragioni della crisi mondiale (Chiarelettere 2008).

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5.12.09 No Berlusconi Day. Appello delle madri orfane di stato

tratto da OSSERVATORIO sulla REPRESSIONE
del 6 novembre

Ricordando (in ordine di sparizione in anni recenti): Carlo, Dax, Marcello, Federico, Riccardo, Giuseppe, Renato, Gabriele, Aldo, Francesco, Stefano “Cabana” e Stefano.

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Il lavoro non è una merce, è la leva per cambiare il mondo

Nel nostro paese vi sono evidenti segnali di un risveglio
dell’opposizione sociale alle politiche del governo delle destre e delle classi dominanti, dopo la dura sconfitta elettorale e la profonda crisi nella quale è entrata la sinistra. I movimenti non si sono spenti. Molti di essi hanno ritrovato vivacità. Dalla fine dell’estate in poi non vi è stato un fine settimana che non sia stato
caratterizzato da un grande appuntamento, dalla manifestazione per la libertà di stampa a quella contro il razzismo, passando per quelle contro l’omofobia e il precariato nella scuola. Senza contare i tanti momenti di lotta e di conflitto locali. Anche il movimento sindacale non è inerte, malgrado la profonda divisione che lo attraversa. Eppure dobbiamo riconoscere che il tema del lavoro non appare essere il centro motore, la leva moltiplicatrice di questa rinascente
opposizione. Il cono di luce che si è acceso questa estate sulla vicenda Innse, grazie alla tenacia e alla vittoria degli operai, si è già spento. Non si può certo dire che il dibattito congressuale del più grande sindacato italiano la Cgil, stia muovendo i suoi primi passi con la dovuta attenzione da parte dei mass-media e del dibattito politico. Siamo convinti che tutto questo non deriva da una perdita del ruolo del lavoro nella società contemporanea, quanto dalla perdita della sua percezione da parte del mondo politico e di gran parte della sinistra.

Uno degli effetti più rilevanti del processo di globalizzazione è invece l’enorme aumento del numero dei lavoratori dipendenti su scala mondiale. Naturalmente, e ciò è particolarmente vero nelle società e nelle economie più sviluppate, il lavoro è cambiato. Il suo contenuto immateriale è cresciuto di importanza rispetto a quello materiale se ci confrontiamo con il periodo d’oro del fordismo-taylorismo. E’ enormemente aumentata la zona grigia che sta tra il lavoro e la disoccupazione, cioè l’area del precariato che pone problemi e bisogni inediti. Ma, pur sapendo che queste novità devono essere terreno di analisi ben più approfondite, il conflitto fra capitale e lavoro si è esteso su scala globale, assumendo molteplici e innovative forme, non il contrario.

Lo dimostra anche l’attuale crisi economico-finanziaria mondiale. Essa è ingigantita dalla dimensione enorme che ha assunto la finanza nel moderno capitalismo, ma le sue cause più autentiche affondano nell’economia reale, nel regime dei bassi salari, della precarizzazione del rapporto di lavoro, nella privatizzazione degli istituti dello stato sociale che hanno caratterizzato la stagione neoliberista del capitalismo contemporaneo. Se non cambiano le attuali politiche economiche dominanti, quando la crisi passerà, lascerà dietro di sé uno spaventoso aumento della disoccupazione e una nuova ondata di poveri, come già ci dicono le cifre fornite dall’Onu.

Si può uscire dalla crisi evitando un nuovo massacro sociale e un arretramento generale della capacità produttiva, solo cambiando il modello di sviluppo, orientandolo verso la produzione di beni fruibili collettivamente e difendendo l’ambiente. Ma questo non si può fare senza valorizzare in tutti i sensi il lavoro umano, quello che produce beni materiali e immateriali, quello manuale e quello intellettuale, quello dipendente e quello realmente autonomo, quello privato e quello pubblico. Rappresentare politicamente il lavoro vuole dire esattamente questo.

Noi, che apparteniamo a forze politiche e ad aree culturali che si collocano, per ideali e programmi, nel campo della sinistra, sentiamo il dovere e il bisogno di tornare a ragionare sul lavoro. Non pensiamo di poterlo fare da soli, ma sappiamo che questo compito spetta in primo luogo a chi ritiene che bisogna ridare significato e forza alla sinistra. Per questo vogliamo unire i nostri sforzi e delle
organizzazioni di cui facciamo parte in un lavoro costante di ricerca e di azione sul tema del lavoro e dei lavori, su quello dell’innalzamento delle retribuzioni, sulla riforma fiscale in favore del lavoro dipendente, sulla ricomposizione del mondo del lavoro contro la precarietà, sulla introduzione di un sistema universalistico di sostegno al reddito per chi il lavoro non ce l’ha, sulla
democratizzazione della rappresentanza sindacale, sul diritto dei lavoratori di votare sugli accordi, sulla democrazia economica, sui nuovi confini e rapporti fra leggi e contratti. Vogliamo farlo in un’ottica almeno europea e non solo nazionale.

Per queste ragioni vogliamo dare vita a un “Tavolo per il lavoro”, per promuovere ricerche, dibattiti, iniziative, mobilitazioni, aperto a tutti coloro che condividono questa esigenza.

martedì 03 novembre 2009
Piergiovanni Alleva
Titti di Salvo
Piero di Siena
Roberta Fantozzi
Orazio Licandro
Luciano Gallino
Francesco Garibaldo
Alfonso Gianni
Alfiero Grandi
Giorgio Mele
Roberto Musacchio
Pasqualina Napoletano
GianPaolo Patta
Gianni Pagliarini
Augusto Rocchi
Cesare Salvi
Mario Tronti

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«È gradita la camicia nera»

di Paola Bonatelli
su il manifesto del 01/11/2009

Verona, inviti a feste, gite e cene nostalgiche inviati dall’indirizzo di posta elettronica del Comune. Sotto accusa l’ex assessore An alle politiche giovanili Massimo Mariotti
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titolo articolo

tratto da r.ma su la Repubblica del 18 ottobre 2009
Lui è il padre dell’Irap e lui difende l’Irap. Vincenzo Visco, ministro delle Finanze nell’ultimo governo Prodi, pensa che la priorità sia ridurre le tasse sul lavoro dipendente.
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Un classico rivoluzionario

su Liberazione del 30/10/2009
di Alberto Burgio

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Casa Pound a Bergamo Le vecchie conoscenze di sempre

di Vincenzo Magni
su Osservatorio democratico
del 27/10/2009

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crocifisso

La sentenza della corte europea ha sollevato il solito putiferio destinato a passare in poche ore. eccovi i migliori commenti

20091104 vauro

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I matematici? Avversari dei dogmi, potenziali dissidenti

tratto da Corriere della Sera Pagina 15
del 2 novembre 2009
di Paolo Giordano
leggi all’indirizzo
http://archiviostorico.corriere.it/2009/novembre/02/matematici_Avversari_dei_dogmi_potenziali_co_8_091102027.shtml

La domanda sfacciata dello studente iraniano Mahmoud Vahidnia all’ ayatollah Khamenei assomiglia a un piccolo paradosso costruito per l’ occasione, come se il suo ideatore avesse voluto inconsciamente evidenziare la propria appartenenza al mondo matematico: rende possibile ciò che afferma non esserlo, per il fatto stesso di essere pronunciata. «Perché nessuno può criticarla in questo paese?» ha chiesto Vahidnia. L’ ayatollah ha non-risposto, dicendo: «Le critiche sono benvenute». Chiusa la questione, secondo lui. Ma una domanda, quando è ben formulata e priva di autocompiacimento, quando non contiene in sé alcuna indicazione riguardo alla risposta – come nel caso in questione -, acquista un valore assoluto, a prescindere dall’ ostinazione prepotente di chi non si dà la pena di ribattere. Read the rest of this entry »

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Studiare le date a scuola fa capire l’identità del Paese

tratto da corriere della sera
del 2/11/2009
di Francesco Alberoni
Pubblico& Privato

Negliultimi quarant’anni i pedagogi­sti hanno quasi distrutto le basi del pensiero razionale e i fondamenti del­la nostra civiltà. L’hanno fatto con una sola decisione: eliminando le date, to­gliendo dalle scuole l’obbligo di mettere i fatti in ordine cronologico. Ormai è nor­male sentirsi dire che Manzoni è vissuto nel 1500. Ma non c’e da meravigliarsi, perché nella scuola non si insegna più a porre gli accadimenti nel loro ordine tem­porale dicendo, per esempio, che Ales­sandro Magno è vissuto prima Cesare, questo prima di Carlo Magno e solo do­po viene Dante e, in seguito, Cristoforo Colombo.
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atti del convegno sesso e politica

http://www.ilmanifesto.it/archivi/donne-e-potere/#c364

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