Un allentamento non fa primavera
di Riccardo Realfonzosu Il Manifesto del 27/11/2008
La crisi inizia a mordere e l’Europa monetarista è costretta ad adeguarsi. La Commissione europea annuncia un piano anti-crisi di 200 miliardi con poca luce e molte ombre. Il dato positivo è che il famigerato Patto di Stabilità viene sostanzialmente messo nel congelatore. Per fare fronte alla crisi i singoli stati membri potranno infatti oltrepassare il vincolo in base al quale il deficit pubblico non poteva superare il tre per cento del reddito nazionale. La notizia è confortante ed è anche in un certo senso carica di ironia. Qualcuno ricorderà che l’ultima esperienza di governo della sinistra è fallita anche sul «confronto» con Maastricht.
Una delle cause della caduta di Prodi è stata infatti l’ottusa decisione di considerare quel Patto come una legge economica indiscussa e quindi inviolabile, e non per quello che era: il prodotto contingente di un pessimo accordo tra i paesi europei.
Il dato negativo dei provvedimenti annunciati dalla Commissione è che le cifre fornite rappresentano non molto più che la semplice somma delle iniziative che verranno autonomamente intraprese dai singoli stati europei. Più dell’ottanta per cento delle somme stanziate, infatti, risulta a carico dei bilanci nazionali mentre la parte restante, che spetta al bilancio comunitario, dovrebbe in parte derivare dalla distrazione di fondi l’Unione aveva destinato al sostegno delle aree depresse del continente.
Nonostante le apparenze, dunque, siamo ancora una volta di fronte a una decisione scarsamente coordinata, che proprio per questo rischia di risultare insufficiente rispetto all’entità della recessione. In assenza di un impegno realmente comunitario, infatti, le nazioni più deboli potrebbero subire dei contraccolpi pesantissimi dalla crisi. I bilanci dei paesi del Sud Europa sono stati già sottoposti a delle tensioni, in queste settimane. I tassi d’interesse sui titoli pubblici italiani sono cresciuti in modo significativo rispetto ai rendimenti dei bund tedeschi. Questa è una tendenza pericolosa, che potrebbe accentuarsi. Naturalmente, come spesso accade, gli economisti liberisti hanno dato di questo fenomeno un’interpretazione discutibile. Essi hanno detto che i nostri tassi crescono a causa di un debito pubblico troppo alto. Ma, come ha osservato Emiliano Brancaccio, questa lettura non trova adeguati riscontri. I differenziali tra i tassi stanno infatti crescendo pure sui titoli di Portogallo, Grecia e Spagna, che presentano livelli del debito pubblico anche molto bassi, e comunque ampiamente diversi tra loro. Il dato che piuttosto realmente accomuna questi paesi al nostro è la scarsa competitività delle merci e quindi la tendenza sistematica ad andare in disavanzo nei conti con l’estero (i parziali recuperi dell’Italia si spiegano col generoso abbattimento del cuneo fiscale di Prodi e non certo con le decantate modernizzazioni del flaccido capitalismo nostrano). Dunque non tanto a causa del deficit pubblico, quanto piuttosto a causa della bassa competitività e del deficit estero, l’Italia e gli altri paesi del Sud Europa potrebbero pagare cara la decisione europea di procedere in ordine sparso di fronte alla crisi.
C’è poi un limite tutto italiano nella gestione della crisi. Il governo infatti sembra insistere con provvedimenti generosi per le imprese e i redditi alti, mentre ai lavoratori dipendenti e ai ceti più deboli concede solo indegne elemosine; e soprattutto non sembra avere ricette per la massa di licenziamenti che si annuncia. Questa politica è inaccettabile sul piano etico e rischia pure di rivelarsi fallimentare alla prova dei fatti. Questa infatti è in gran parte una crisi causata dall’enorme squilibrio tra ricchi e poveri che è venuto a crearsi in questi decenni. Accentuare questo squilibrio, anziché attenuarlo, potrebbe aggravare una situazione già per molti versi compromessa.
