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Soluzioni per la crisi con l’aiuto di Keynes

SAGGI
Soluzioni per la crisi con l’aiuto di Keynes
Da Bollati Boringhieri torna il classico di Minsky
Francesco Garibaldo
LIBRI: HYMAN P. MINSKY, JOHN MAYNARD KEYNES E L’INSTABILITÀ DEL CAPITALISMO, BOLLATI BORINGHIERI, PP 233, EURO 18

TRATTO DA ilmanifesto del 28 aprile 2009

Ci sono libri che escono al momento opportuno per fornire un contributo decisivo a una migliore comprensione della realtà. È questo il caso della riedizione di quello che è ormai un vero e proprio classico, John Maynard Keynes e l’instabilità del capitalismo di Hyman P. Minsky. È questo un libro la cui lettura ripaga ampiamente «la fatica del concetto» che richiede: fatica, peraltro, alleviata da una ricca e chiarissima introduzione di Riccardo Bellofiore. Minsky recupera il contributo rivoluzionario del pensiero di Keynes contro il suo imbastardimento neoclassico, operazione largamente presente, dalla metà degli anni ‘80, anche in Italia. L’impiego dell’aggettivo «rivoluzionario» è giustificato dalla dimostrazione della instabilità del capitalismo non come esito patologico ma come tratto fisiologico della sua dinamica. Di qui, anche, una volta che la crisi sia esplosa, la sottolineatura della necessità dell’impegno governativo per il salvataggio del sistema finanziario e dell’economia reale. L’instabilità è ineliminabile, deriva anzi dalla stabilità: la si può solo gestire. Il pensiero di Keynes non è però riducibile, per Minsky, a una tecnica anticiclica: proprio tale riduzione, e le politiche del «keynesismo reale» a essa ricollegabili, portarono negli anni ‘70 alla stagflazione, inattaccabile da quelle tecniche, aprendo così la strada al monetarismo e alla teoria delle aspettative razionali, da cui discendono le politiche degli ultimi trenta anni.
Minsky, per sostenere tale linea interpretativa, non può limitarsi a delle glosse a Keynes: deve renderne esplicito il pensiero e completarlo. Ne esce uno strumento così potente di lettura del ciclo economico reale che, in ognuna delle crisi iniziate dal 1980, si è ricorsi a Minsky come fonte interpretativa, sia pure considerandolo come diagnostica speciale per momenti speciali: i Minsky moments. Sintetizzare tale strumento in una breve recensione è impresa ardua; si può solo ricordare che la chiave di volta è una interpretazione finanziaria della teoria di Keynes che si prolunga in una «ipotesi della instabilità finanziaria». L’evoluzione ciclica del capitalismo, dal boom al collasso finanziario e, in determinate circostanze, alla «grande depressione», ovvero dalla stabilità alla instabilità, è un processo del tutto endogeno: non richiede cioè shock esterni e patologici, ed è dominato dall’andamento delle variabili finanziarie.
L’introduzione di Bellofiore ci consente una lettura ulteriore del libro, in due modi. In primo luogo, sintetizza il pensiero di Minsky considerandone la riflessione anche successiva, e lo inserisce nel dibattito teorico della seconda metà del ‘900: il che consente anche ai non specialisti di comprendere meglio la portata e le implicazioni del libro pure in punti complessi come il carattere endogeno dell’offerta di moneta o la nascita del money manager capitalism dalla metà degli anni ‘60. In secondo luogo, analizza criticamente il contributo di Minsky alla luce di quel «nuovo» capitalismo che si cristallizza alla metà degli anni ‘90, definito da Bellofiore un «keynesismo» paradossale, privatizzato, trainato dalle bolle e dall’intervento attivo delle autorità monetarie. Una lettura critica del genere è necessaria per poter utilizzare l’impianto teorico di Minsky, morto nel 1996, in un quadro che l’autore non ebbe modo di vedere. Bellofiore radica qui, in un aggiornamento critico di Minsky, la sua elaborazione, nota ai lettori del manifesto, centrata sulla triade lavoratore traumatizzato/risparmiatore maniacale-depressivo/consumatore indebitato, e che si prolunga in una originale lettura della crisi attuale.
Minsky conclude il libro con un capitolo nel quale sviluppa senza ambiguità le implicazioni politiche della sua reinterpretazione-completamento del pensiero di Keynes. Le conseguenze da lui indicate sono di grande interesse per la sinistra oggi, nel pieno della crisi. Con buona pace del politically correct della Ue, una strategia basata su alti investimenti ed alti profitti, e la sostituzione di debito pubblico con debito privato, portano alla destabilizzazione. Bisogna invece puntare alla «socializzazione degli investimenti», cioè allo sviluppo di investimenti connessi alla loro utilità sociale. Si favoriranno non genericamente i consumi ma quelli che alzino gli standard civili di una società, rispondendo alla domanda su «cosa» e «come» produrre, e «per chi». Perseguire tali obiettivi vuol dire che lo Stato si pone il traguardo di una piena occupazione, stabile e di qualità. Solo così si affrontano i problemi di una vita dignitosa per tutti, oltre una ottica di welfare solo redistributiva, basata sui meri trasferimenti di reddito. Tutto ciò è impossibile senza una spesa pubblica elevata e mirata, che non si pone il problema del pareggio di bilancio sino a che non sia realizzata la piena occupazione e, anche in tale eventualità, escludendo la spesa per investimenti effettuata dallo Stato.

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One Response

  1. Andrea scrive:

    Ho appena acquistato una copia del libro e non vedo l’ora di leggerlo. Nel frattempo sto finendo “The Holy Grail of Macroeconomics” di Richard C. Koo, pubblicato recentemente da Wiley & Sons, rilettura appassionante della Grande Depressione degli anni Trenta alla luce dell’esperienza del Giappone negli anni Novanta (rivisitata però da un giapponese e non da accademici occidentali…). Milton Friedman ed il monetarismo non ne escono affatto bene, ma non vengono risparmiate critiche neppure a Keynes (che più o meno avrebbe colto nel segno quanto alla prognosi, senza però capirci molto nella diagnosi).

    Un saluto, Andrea.

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