rassegna stampa per la sinistra

conoscere per trasformare

Il posto fisso di Tremonti

IL MANIFESTO
19/10/2009

di Galapagos

Su Il Foglio è stata ripubblicata in prima pagina una lettera apparsa sul il manifesto martedì scorso. Il nostro lettore (a proposito delle previsioni economiche, dei guru e dei teorici che spesso ci ripensano) scriveva che sicuramente «giustificheranno domani la stabilità del lavoro così come oggi la flessibilità». A sette giorni di distanza Giulio Tremonti, superministro dell’economia, sembra aver fatto sue quelle osservazioni e ci ha ripensato. Ieri nel corso di un convegno a Milano ha sostenuto: «La mobilità non è un valore, il posto fisso è la base per progetti di vita». Poi ha incalzato: «Penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso sia la base su cui si organizza il progetto di vita e la famiglia».
Per Luigi Angeletti, megasegretario della Uil dimentico di aver aver siglato tutti i protocolli che favorivano la flessibilità, «Tremonti parla come un iscritto alla Uil». Guglielmo Epifani, invece, non lo ha iscritto al suo sindacato ma si limita a un più banale: «Sulla mobilità chiedete un commento alla Confindustria». Che da sempre non brilla per coerenza. Ultimo esempio: la posizione sull’innalzamento dell’età pensionabile, su cui a viale dell’Astronomia sono (a livello di organizzazione) concordi. Salvo poi assistere a livello di singole imprese, ma nel complesso tantissime, a licenziamenti di massa. Espulsioni che riguardano in particolare i lavoratori più anziani (oltre i 50 anni) e le donne. Si potrebbe obiettare: è il profitto che lo impone, le imprese fanno quello che devono fare e, semmai, è lo stato che non provvede con una legislazione adeguata che garantisca ammortizzatori sociali e formazione permanente.
Vero, ma a questo punto la palla torna al governo: a Tremonti e al ministro Sacconi su tutti. Per anni hanno sostenuto come la flessibilità – in tutte le sue forme – fosse propedeutica allo sviluppo, per contrastare la concorrenza globale. Il risultato è stato un impoverimento del lavoro, il ritorno alle vecchie regole del dominio del capitale sul lavoro. Senza contare che un lavoro ipersfruttato e sempre ricattabile ha condotto a una esaltazione del profitto e alla compressione dei salari a livelli di sussistenza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, esemplificato dalla crisi attuale. Il punto è che se solo alcuni paesi adottano forma di lavoro precario e flessibile, quei paesi vanno economicamente bene. Ma quando le precarizzazione e i bassi salari sono pratica comune, a rimetterci sono tutti. Perché – lo insegna anche l’economia liberista – non c’è equilibrio tra offerta di merci e domanda. E questo fa inevitabilmente esplodere la recessione. E’ quello che è accaduto negli ultimi anni: profitti crescenti e consumi calanti, col precipitare nella povertà (assoluta e relativa) di milioni di persone.
Sicuramente si potrebbero bilanciare gli squilibri con una intensa operazione di distribuzione del reddito sotto forma di maggiore welfare. Ma anche questa ricetta semplice non è stata seguita. Anzi con le privatizzazioni (perfino di monopoli naturali) si è data nuova «ciccia» al profitto. Tremonti ci pensi. A meno che la sua vera intenzione non sia quella espressa dalla vignetta di Vauro su il manifesto di oggi.

Archiviato in:economia

Il futuro impossibile dei precari under 35

Il futuro impossibile dei precari under 35

di Maurizio Ricci

su la Repubblica del 23/12/2008

Una vita senza futuro, senza progetti. Del resto, chi si può permettere dei progetti, quando non puoi comprare un mobile a rate o fare un mutuo per la casa? Sei appesa al nulla».
>

Archiviato in:economia , , ,

Un allentamento non fa primavera

Un allentamento non fa primavera

di Riccardo Realfonzo

su Il Manifesto del 27/11/2008

La crisi inizia a mordere e l’Europa monetarista è costretta ad adeguarsi. La Commissione europea annuncia un piano anti-crisi di 200 miliardi con poca luce e molte ombre. Il dato positivo è che il famigerato Patto di Stabilità viene sostanzialmente messo nel congelatore. Per fare fronte alla crisi i singoli stati membri potranno infatti oltrepassare il vincolo in base al quale il deficit pubblico non poteva superare il tre per cento del reddito nazionale. La notizia è confortante ed è anche in un certo senso carica di ironia. Qualcuno ricorderà che l’ultima esperienza di governo della sinistra è fallita anche sul «confronto» con Maastricht.

Una delle cause della caduta di Prodi è stata infatti l’ottusa decisione di considerare quel Patto come una legge economica indiscussa e quindi inviolabile, e non per quello che era: il prodotto contingente di un pessimo accordo tra i paesi europei.
Il dato negativo dei provvedimenti annunciati dalla Commissione è che le cifre fornite rappresentano non molto più che la semplice somma delle iniziative che verranno autonomamente intraprese dai singoli stati europei. Più dell’ottanta per cento delle somme stanziate, infatti, risulta a carico dei bilanci nazionali mentre la parte restante, che spetta al bilancio comunitario, dovrebbe in parte derivare dalla distrazione di fondi l’Unione aveva destinato al sostegno delle aree depresse del continente.
Nonostante le apparenze, dunque, siamo ancora una volta di fronte a una decisione scarsamente coordinata, che proprio per questo rischia di risultare insufficiente rispetto all’entità della recessione. In assenza di un impegno realmente comunitario, infatti, le nazioni più deboli potrebbero subire dei contraccolpi pesantissimi dalla crisi. I bilanci dei paesi del Sud Europa sono stati già sottoposti a delle tensioni, in queste settimane. I tassi d’interesse sui titoli pubblici italiani sono cresciuti in modo significativo rispetto ai rendimenti dei bund tedeschi. Questa è una tendenza pericolosa, che potrebbe accentuarsi. Naturalmente, come spesso accade, gli economisti liberisti hanno dato di questo fenomeno un’interpretazione discutibile. Essi hanno detto che i nostri tassi crescono a causa di un debito pubblico troppo alto. Ma, come ha osservato Emiliano Brancaccio, questa lettura non trova adeguati riscontri. I differenziali tra i tassi stanno infatti crescendo pure sui titoli di Portogallo, Grecia e Spagna, che presentano livelli del debito pubblico anche molto bassi, e comunque ampiamente diversi tra loro. Il dato che piuttosto realmente accomuna questi paesi al nostro è la scarsa competitività delle merci e quindi la tendenza sistematica ad andare in disavanzo nei conti con l’estero (i parziali recuperi dell’Italia si spiegano col generoso abbattimento del cuneo fiscale di Prodi e non certo con le decantate modernizzazioni del flaccido capitalismo nostrano). Dunque non tanto a causa del deficit pubblico, quanto piuttosto a causa della bassa competitività e del deficit estero, l’Italia e gli altri paesi del Sud Europa potrebbero pagare cara la decisione europea di procedere in ordine sparso di fronte alla crisi.
C’è poi un limite tutto italiano nella gestione della crisi. Il governo infatti sembra insistere con provvedimenti generosi per le imprese e i redditi alti, mentre ai lavoratori dipendenti e ai ceti più deboli concede solo indegne elemosine; e soprattutto non sembra avere ricette per la massa di licenziamenti che si annuncia. Questa politica è inaccettabile sul piano etico e rischia pure di rivelarsi fallimentare alla prova dei fatti. Questa infatti è in gran parte una crisi causata dall’enorme squilibrio tra ricchi e poveri che è venuto a crearsi in questi decenni. Accentuare questo squilibrio, anziché attenuarlo, potrebbe aggravare una situazione già per molti versi compromessa.

Archiviato in:economia ,

Il New Deal viene da Pechino

mercoledì 12 novembre 2008

20081112 il manifesto Il New Deal viene da Pechino


commento

COMMENTO
Il New Deal viene da Pechino
Joseph Halevi
In un articolo pubblicato sulla rivista statunitense The New Republic nel 1940, Keynes osservò molto amaramente che «è politicamente impossibile in una domocrazia capitalistica organizzare la spesa (pubblica ndr) su una scala tale da comprovare la mia tesi, eccetto in una situazione di guerra». Infatti oggi la grande spesa reale proviene dalla Cina nella forma di un programma, deciso ieri dal governo di Pechino, di 586 miliardi di dollari articolato su due anni, pari al 7% del prodotto interno lordo per ciascun anno. Lo scrivemmo un mesetto fa: appena la dirigenza cinese si convince che la crisi capitalistica non è arrestabile rilancerà massicciamente l’economia interna.
Così fu poco dopo lo scoppio della crisi asiatica nel 1997, portando deliberatmente in deficit il bilancio pubblico nazionale. Raffrontiamo ora il programma cinese con ciò che sta accadendo in «occidente». Dall’inizio della crisi finanziaria nel 2007 le banche centrali hanno di fatto regalato alle banche oltre mille miliardi di dollari ma solo per tamponarne gli squarci da Titanic. Questi soldi non vanno a finanziare attività effettive. Nella maggioranza dei casi finiscono in conti che le banche private hanno presso le banche centrali oppure in buoni governativi a breve termine. Gli unici stanziamenti reali degli Usa risalgono ai 100 miliardi di dollari varati lo scorso gennaio per rimborsi fiscali una tantum. Poi nulla da nessuna parte fino alle settimane recenti quando Giappone, Corea e Germania hanno annunciato spese complessive per 311 miliardi di dollari.
Vergognosamente i governi occidentali sono stati capaci stanziare meno di 415 miliardi, appena il 70% della somma cinese quando le loro economie sono nell’insieme di gran lunga più ampie di quella di Pechino.
L’incapacità occidentale di passare da una politica di regali alle banche ad una di stimolo diretto alla domanda ed all’occupazione, deriva non solo da una precisa volontà di classe: il lavoro deve in ogni caso rimanere la variabile di aggiustamento, quindi deve restare flessibile cioè, come disse Greenspan, sottoposto ad una paura crescente. Nasce anche dalla mancanza di strumenti. Il programma cinese si basa su due assi istituzionali: un sistema bancario controllato o comunque guidato dallo Stato ed il comparto dell’industria pubblica, prevalentemente concentrato nei rami della siderurgia, chimica, cemento. La spesa verrà destinata ad obiettivi pianificabili come le infrastrutture, canalizzazioni, l’edilizia e la ricostruzione delle aree colpite dal terremoto. Le industrie statali verranno dirette a fornire le produzioni necessarie ed il sistema bancario convoglierà i finanziamenti pubblici laddove verranno coinvolte imprese private.
Meccanismi di trasmissione di questo genere per tali dimensioni in occidente ne esistevano ma sono ormai molto flebili. Negli Usa permangono nell’ambito del settore militar-industriale. 3000 nuovi aerei da guerra li producono, no problem. New Orleans non la ricostruiscono e non per mancanza di cemento. E questa sarà la montagna che il buon Obama dovrà scalare. In Giappone ed in Corea esistono attraverso il sistema monopolistico integrato che lega i grandi conglomerati e le loro banche al governo. Però tali paesi sono antikeynesiani sul piano interno dato che le capacità produttive sono strutturalmente connesse al sostegno delle esportazioni.
Per stimare l’impatto del programma cinese bisognerà studiarne i particolari. Tuttavia le aree di intervento non richiederanno grandi importazioni dato che la Cina ha le capacità produttive necessarie sebbene attingerà alla siderurgia ed ai cementifici nipponici e coreani. Potrà invece subire un rallentamento il calo delle importazioni di materie prime con ripercussioni positive sull’America latina e l’Australia. E’ da sottolineare che un piano concepito dalla Cina in funzione del mercato interno e diretto dai settori statali della Rpc sta diventando l’asse di riferimento dei mercati borsistici asiatici ed europei. Il fatto è tanto più rilevante se si considera che Pechino ha apertamente detto che l’aiuto alle società finanziarie multinazionali non costituisce una priorità al cospetto della sua economia.

Archiviato in:economia , , , ,

Bce, c’è del marcio nell’Unione

Bce, c’è del marcio nell’Unione

Valentino Parlato

da Il Manifesto 16/09/07

Read the rest of this entry »

Archiviato in:economia , ,

Il modello irlandese, tra crescita economica e rischio di crisi sociale

2 articoli tratti da

il manifesto 16/09/07

Read the rest of this entry »

Archiviato in:economia, esteri , , ,

Ryanair si offre per «coprire» Malpensa Alitalia sempre più verso Air France

Ryanair si offre per «coprire» Malpensa Alitalia sempre più verso Air France
Una compagnia low cost implica più spesa pubblica.
Gli enti locali dovranno «sganciare»
Francesco Piccioni
Il Manifesto 14/09/07

 

 

 

 

 

 

 

 

Read the rest of this entry »

Archiviato in:economia , ,

La pancia di Beppe Grillo

La pancia di Beppe Grillo

Sono più di duemila i commenti a un testo scritto da Beppe Grillo sul suo blog, un record assoluto, anche per un sito tra i più popolari al mondo. Non si riferiscono alla vicenda Telecom Italia, dove egli ha svolto il ruolo del piccolo azionista arrabbiato, ma al commento immesso subito dopo gli scontri di via Sarpi, comunità cinese di Milano. Uno scritto pesantissimo, all’insegna del «chi arriva, deve volersi integrare, imparare la nostra lingua, sventolare la nostra bandiera. O andarsene». Dal ghetto di Sant’Ilario, collina residenziale di Genova, dove di cinesi e marocchini non se ne vedono, l’attore se la prende con i ghetti e con chi si autoghettizza e riceve commenti entusiastici dalla grande maggioranza dei suoi lettori. Diversamente da come fa di solito, qui non si informa e non informa, ma semplicemente dà fuori di pancia. Molto più istruttivo, il servizio televisivo realizzato da Vittorio Romano e Andrea Sceresini, della scuola di giornalismo della Cattolica, e pubblicato sul sito del Corriere (http://www.corriere.it/vivimilano/cronache/articoli/2007/04_Aprile/13/testimonianza_chinatown.shtml). I due hanno inserito una telecamera in uno scatolone di cartone, lo hanno messo su uno dei famigerati carrellini a mano e hanno cominciato a scorazzare per la cosiddetta Chinatown in lungo e in largo, praticamente andandosi a cercare i vigili e passandogli su e giù davanti. Non hanno ricevuto multa alcuna e nemmeno una piccola bonaria ammonizione. Hanno così verificato quanto la comunità dei commercianti denunciava da tempo: un trattamento differenziato, che è assolutamente l’opposto di quanto il sindaco Letizia Brichetto Moratti ipocritamente sostiene.

Powered by ScribeFire.

Archiviato in:economia , ,

Il nuovo soggetto della sinistra e la prospettiva

il manifesto – quotidiano comunista

La politica monetaria della Bce contro i Mezzogiorni
Guglielmo Forges Davanzati

L’evoluzione delle bilance dei pagamenti dei Paesi Ue porta a una conclusione difficilmente controvertibile: si è in presenza della riproposizione delle dinamiche perverse dei rapporti centro-periferie che il pensiero marxista ha efficacemente indagato. Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo hanno recentemente riproposto e riformulato i termini del problema, rilevando che apertura dei mercati e soppressione delle politiche economiche nazionali hanno favorito la concentrazione dei capitali europei verso le zone centrali del continente, determinando il conseguente impoverimento delle ‘periferie d’Europa’. La diagnosi può essere ulteriormente articolata, in considerazione del segno che politiche monetarie e fiscali hanno assunto nei tempi più recenti in sede Ue. La Bce – in nome del perseguimento della stabilità dei prezzi – da tempo pratica politiche monetarie restrittive. L’aumento dei tassi di interesse monetari, ben oltre i tassi di crescita delle economie europee, ha generato crescenti difficoltà di approvvigionamento di credito da parte delle imprese più deboli, più piccole, normalmente operanti in zone periferiche del continente. Ma sono queste imprese a essere maggiormente dipendenti dal sistema bancario e la crescita dei tassi di interesse – accrescendo le loro passività – ne ha ridotto i margini di profitto, accentuando il differenziale rispetto a quelli delle imprese più forti, normalmente operanti nelle aree centrali del continente. Intenzionalmente o meno, la politica monetaria di questi ultimi anni ha contribuito a determinare l’accentuarsi delle disuguaglianze su scala continentale.
C’è di più. In tutti i Paesi europei, Italia inclusa, in nome del rispetto dei vincoli di Maastricht, le politiche fiscali degli anni recenti sono state di segno restrittivo: compressione della spesa pubblica e aumento dell’imposizione fiscale. Il conseguente calo della domanda ha accentuato la competizione fra imprese per accaparrarsi quote di mercato via via ridotte. Ne è seguito, anche per questa via, l’accentuarsi dei divari – in primis sui margini di profitto – fra aree centrali e aree periferiche d’Europa.
In uno scenario di questo tipo, nel quale non sembra esserci spazio per indirizzi di politica economica alternativi a quello liberista, la possibilità di tenuta dell’Unione è affidata al solo strumento della “flessibilità” del lavoro. La sopravvivenza delle imprese periferiche, e delle economie periferiche, dipende dalla loro capacità di ridurre i salari e utilizzare la forza lavoro con vincoli giuridici minimali. Da cui: le economie del centro crescono grazie all’utilizzo di tecnologie avanzate e, così facendo, agevolano la crescente concentrazione di capitali; le economie periferiche, lasciate fuori da tali processi, si riproducono grazie all’uso intensivo di lavoro, con salari decrescenti e tutele decrescenti.
L’euromeridionalismo invocato da Brancaccio e Realfonzo fa leva innanzitutto sul ricompattamento politico del lavoro su scala europea. L’ipotesi non è da escludere sebbene il successo culturale e politico delle destre estreme negli ultimi anni, soprattutto presso i lavoratori dipendenti e le fasce sociali più deboli, lasci intravedere inquietanti sbocchi alternativi.
Proprio la plausibilità di simili derive rende urgente, anche da parte dei gruppi sociali e d’interesse non immediatamente riconducibili al lavoro subordinato, un ripensamento degli attuali assetti politico-economici. Occorre ripensare le politiche monetarie e fiscali in sede europea che, come qui suggerito, sono all’origine dei processi di marginalizzazione delle periferie. In questa prospettiva, è semmai un’azione contestuale sulla domanda, mediante manovre fiscali e monetarie espansive, e sull’offerta, mediante la promozione di politiche che sollecitino il salto tecnologico, a poter disattivare il circolo vizioso dell’Europa a più velocità, salvaguardandone la tenuta istituzionale.
E’ anche di questi temi che si parlerà a Napoli nel Convegno Fiom del 4-5 aprile.

Powered by ScribeFire.

Archiviato in:economia ,

Più liberi, meno liberi

Più liberi, meno liberi

 


• da Il Manifesto del 26 gennaio 2007, pag. 1

di Guglielmo Ragozzino

Da
oggi siamo più liberi? Il pac­chetto Bersani, presentato al con­siglio
dei ministri di ieri, presume che sia proprio così, ma la questione è
aperta. La materia si può divi­dere in tre parti.

Vi
sono in primo luogo i piccoli affari. L’idea base è quella di difendere
il contraen­te più debole, ma in un libero mercato. Contraente più
debole significa il cliente della banca, l’assicurato, il mutuatario:
in­somma chi sottoscrive un contratto con molti articoli obbligatoli e
con i caratteri scritti in piccolo. Il mercato si allarga e la
concorrenza si rafforza – ne è convinto il ministro – se ognuno può
fare il mediatore, il rappresentante, l’agente immobiliare. Sa­rà forse
il festival dell’improvvisazione, ma alla fine le cose si
aggiusteranno; sarà il mer­cato, ancora lui, a selezionare gli agenti
ca­paci dagli altri; saranno sufficienti pochi mesi di errori e di
truffe per eliminare gli in­capaci e promuovere gli altri. Sempre in
li­nea con il libero mercato, sarà possibile aprire esercizi accanto a
esercizi simili: un primo tentativo era già stato svolto
dall’anti­trust in tema di cinematografi, ma senza ar­rivare ai
risultati sperati.

Poi
vi sono i grandi affari, che toccano i veri interessi economici. Tra
piccoli e gran­di, a fare da spartiacque, l’impresa-fatta-in-un-giorno,
tanto in fretta da confondere il radicale Capezzone che si sarebbe
accon­tentato di una settimana. I grandi affari so­no connessi alla
distribuzione dell’energia: i supermercati venderanno benzina e
gaso­lio; le stazioni di servizio, in compenso, ven­deranno di tutto.
Inoltre la rete del gas, ora controllata dall’Eni tramite la consociata
Snam, verrà liberalizzata, nel senso che per poterla utilizzare gli
altri fornitori di gas non dovranno chiedere il permesso all’Eni. Una
parte rilevante della politica industria­le e finanziaria del paese si
gioca su questo punto. Gazprom, in riva al fiume, attende che passi lo
sconfitto. Anche gli industriali dei rigassificatori attendono, con
trepidazione, la rete del gas. La liberalizzazione, in fondo, li
riguarda più di tutti gli altri. Le alle­anze, gli scontri, le
pacificazioni nel merca­to energetico sembrano prescindere
dal­l’esigenza primaria di risparmiare energia, di progettare energie
alternative, di vivere con emissioni di gas serra ridotte e tenden­ti
allo zero.

E
poi c’è una terza parte. La piccola tassa per la ricarica del
telefonino è abolita, almeno nelle intenzioni, e questo fa piacere a
quasi tutti. Il lunedì del barbiere è un’usan­za molto antica, che
consentiva di tenere aperta la bottega alla domenica, dando mo­do ai
maggiorenti del villaggio di stare insie­me e commentare (gli uomini
non spette­golano, commentano). Nessuno riterrà che sia una questione
decisiva.

Decisiva
a nostro parere è invece la libe­ralizzazione della vendita dei
giornali. Lo spostare dalle edicole ad altri luoghi, inde­terminati ma
di certo numerosi, la vendita della carta stampata è una scelta che
moltiplicherà, in teoria, i punti vendita. In passa­to si è fatto un
esperimento, con la vendita di quotidiani nelle stazioni di servizio e
nei supermercati. E’ provato che non si è venduta una copia in più. Se
i grandi proprietari dell’editoria volevano aumentare le co­pie, il
risultato è stato mancato in pieno. Ma forse volevano «razionalizzare
il merca­to» cioè far fuori i piccoli e mettere in riga le edicole. I
giornalai hanno tentato di difen­dersi e hanno usufruito del successo
straor­dinario dei collaterali. Con essi le edicole hanno aumentato le
vendite complessive, i quotidiani sono rimasti stabili e sono
au­mentate le disgrazie dei minori.

Ora
le edicole otterranno di vendere ogni merce, non solo collaterali. Il
risultato sarà di escludere dallo spazio di vendita tut­to il
superfluo. I piccoli giornali, per esem­pio. Così, liberalizzando
liberalizzando, si ucciderà anche la libertà di stampa.

Archiviato in:economia ,

atti del convegno sesso e politica

http://www.ilmanifesto.it/archivi/donne-e-potere/#c364

Categorie

visite

  • 17,433