rassegna stampa per la sinistra

conoscere per trasformare

il liberismo è duro a morire

intervista di M. Bonaccorsi ad Alberto Burgio

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Guerriero licenziato in corteo con la Cgil

IL MANIFESTO

Loris Campetti

Oggi sarà a Roma anche lui, lo si potrà trovare dietro lo striscione della Tod’s di Comunanza, provincia di Ascoli Piceno. Ieri, invece, era al suo paese, a Roccafluvione ad aggiustare la lamiera del pollaio danneggiata dal forte vento dei giorni scorsi. Di cognome si chiama Rossi, come il presidente della provincia Massimo, noto alle cronache per la più importante sperimentazione del bilancio partecipativo, a Grottammare.

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Thyssen, la memoria come impegno

Thyssen, la memoria come impegno

di Paolo Ferrero

su Liberazione del 06/12/2008

Antonio Schiavone, Angelo
Laurino, Roberto Scola, Rocco Marzo, Antonio Santino, Rosario Rodinò,
Giuseppe Demasi. E’ trascorso un anno da quando, nella notte del 6
dicembre, il rogo infernale divampato alla linea 5 della Thyssen Krupp
di Torino ha falcidiato sette vite e distrutto sette famiglie,
sottoposte per di più a lunghi giorni di terribile agonia.
Un anno
dopo ricorre il tempo della commemorazione e della partecipazione al
cordoglio. Ma anche quello dell’impegno civile e politico contro gli
omicidi e gli incidenti sul lavoro: il solo modo per onorare
sinceramente la memoria e il valore di quelle sette vite strappate al
mondo e ai propri affetti, insieme a tutte le altre che ogni giorno
sono vittime inermi della criminalità di un lavoro sempre più spogliato
di dignità e rispetto.
La cinica contabilità dell’insicurezza sul
lavoro conta quest’anno – e sino a ieri, ma si tratti di dati che
subiscono un continuo, quotidiano e drammatico aggiornamento – 975
morti, 975.838 infortuni, 24.395 invalidi. Ogni anno il lavoro uccide,
mutila, ferisce più di tutta la criminalità organizzata messa assieme.
Ogni anno, il “bollettino” delle vittime del lavoro è più duro di un
bollettino di guerra: si tratta di una guerra cronica ma non
combattuta, di una patologia sociale ma non contrastata.
La
criminalità del lavoro colpisce, infatti, in modo sempre più
indiscriminato, dalla manovalanza in nero – vittima principale e
spoglia di qualunque tutela – a chi detiene responsabilità direttive,
nella misura in cui la frenesia della produttività e l’ossessione del
profitto spingono, ormai, a travalicare ogni gerarchia della
produzione, ogni diritto, ogni barlume di rispetto e di umanità, sui
luoghi di lavoro.
Nei giorni scorsi, dalla magistratura è giunto un
segnale importante di rinnovato impegno dello Stato contro gli omicidi
bianchi, impegno di cui si sentiva l’urgenza: il rinvio a giudizio
disposto dal gup di Torino per i sei imputati e per l’azienda, tutti
accusati della morte dei sette operai uccisi nel rogo alla Thyssen
Krupp. Un atto tanto più significativo in quanto è la prima volta che
la procura ha chiesto il rinvio a giudizio per omicidio volontario (nei
confronti dell’amministratore delegato del gruppo tedesco, Harald
Espenhanh), così come è la prima volta che si arriva a un rinvio tanto
delle persone fisiche che della società.
Per contro, il governo -
così alacremente impegnato a installare tornelli per controllare
l’andirivieni degli impiegati – non è altrettanto risoluto nel
contrastare il quotidiano bollettino di guerra dei morti sul lavoro, e
medita anzi di depenalizzare nuovamente le responsabilità delle morti.
Occorre
invece continuare ad affrontare e combattere con i fatti l’emergenza
nazionale degli incidenti. A cominciare proprio dall’applicazione del
Testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro varato nella scorsa
legislatura, dall’applicazione delle sanzioni e degli interventi nei
confronti delle aziende. E a cominciare dai luoghi stessi di lavoro
attraverso l’assunzione della coscienza del rischio e la battaglia
politica da parte delle lavoratrici e dei lavoratori, delle Rsu, delle
Rls, del sindacato.
Mi trovo nell’impossibilità concreta di
partecipare alla manifestazione organizzata oggi a Torino dai familiari
delle vittime e dal comitato nato in loro nome, ma mi sento e sono
vicino con il cuore e con tutto il mio impegno politico al fianco di
quegli operai e delle loro famiglie e, naturalmente, al comitato di
lotta nato in loro nome.
Mi auguro che la manifestazione di oggi a
Torino come lo sciopero generale proclamato dalla Cgil per il 12
dicembre possano costituire due passaggi importanti e decisivi per dare
dignità al lavoro e costruire un’economia stabile, pulita, sicura.

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Dai «no» metalmeccanici nascono tante domande

Dai «no» metalmeccanici nascono tante domande
La crisi della rappresentanza e la rottura con la politica si erano già espresse nelle assemblee dei giorni scorsi. La solitudine operaia non è un’invenzione della Fiom che ha scelto di stare con la sua gente
Loris Campetti

Un milione e mezzo di dipendenti, appena un po’ di meno del passato. Se si aggiungono i dipendenti delle aziende artigianali si arriva quasi a due milioni di lavoratori.
I metalmeccanici, per dirla in breve, rappresentano il più importante comparto dell’industria italiana. Ma non tutte queste tute blu sono raggiunte dall’azione di Fim, Fiom e Uilm: soltanto un milione di metalmeccanici e metalmeccaniche sono sindacalizzati. Infatti, ai referendum contrattuali di categoria il calcolo della partecipazione al voto viene fatto su un milione di «aventi diritto». Se nella consultazione sul protocollo del 23 luglio si fosse fissata la stessa area di riferimento – le aziende con un sia pur minimo collegamento con i sindacati – la percentuale dei no sarebbe passata dall’attuale 53% a più del 60%.
Nei commenti a caldo si è spesso stabilito un rapporto diretto tra l’indicazione di voto data dalla Fiom e la vittoria, sia pur di misura, del no tra gli oltre 600 mila metalmeccanici che hanno votato. E’ una considerazione solo parzialmente vera. Il risultato della consultazione negli stabilimenti Fiat smentisce questa semplificazione, a Mirafiori come a Pomigliano, e soprattutto a Melfi. Ovunque, nelle fabbriche di Marchionne, la bocciatura del protocollo ha percentuali oscillanti tra il 70 e il 90% e i numeri dei «no» sono doppi e in qualche caso tripli dei voti raccolti dalla Fiom alle elezioni per il rinnovo delle Rsu.
Ciò vuol dire che nello stabilimento lucano, per fare l’esempio più eclatante, contro l’accordo si sono espressi anche gli operai che avevano votato Fim, Uilm, Fismic, o addirittura per l’Ugl. Diciamo che quasi tutti, a Melfi, hanno votato «no».
Ciò non vuol dire che l’appartenenza sindacale non conti nulla, ovviamente. Vuol dire che il gruppo dirigente allargato della Fiom ha il polso della situazione ed è in grado di interpretare correttamente i sentimenti di chi cerca di rappresentare. E non è poco, dovrebbero rifletterci in corso d’Italia al momento di aprire un confronto politico con i metalmeccanici.
Nel ‘95 le cose andarono diversamente: la Fiom si espresse a favore della riforma Dini sulle pensioni, che invece gli operai bocciarono. Fu l’occasione per il sindacato allora diretto da Claudio Sabattini – con l’assemblea nazionale di Maratea – per ridiscutere linea e strategia politica e scegliere la strada dell’indipendenza sindacale, un passo oltre l’autonomia. In sostanza, da quel momento in poi la Fiom ha sempre scelto in relazione ai contenuti, in difesa delle condizioni materiali dei lavoratori, a prescindere dal quadro sindacale generale e dal quadro politico. Perché non ci sono governi amici.
Che nelle grandi fabbriche metalmeccaniche avrebbe stravinto il no era prevedibile, i risultati erano scritti nell’andamento delle assemblee. Semmai, non era prevedibile un isolamento così forte di questa categoria rispetto all’insieme dei votanti. Un dato su cui riflettere. Ha ragione Rinaldini (vedi l’articolo in questa pagina), nel leggere i risultati, a escludere differenze significative per aree territoriali – in Piemonte e in Campania o in Basilicata i «no» oscillano tra il 67 e il 78,65% – o per generazioni: a Mirafiori dove c’è una classe operaia molto anziana e a Cassino dove l’età media è di 28 anni si viaggia tra il 76 e più dell’80% di no. Le differenze semmai riguardano le dimensioni dell’impresa: nelle piccole aziende hanno vinto i sì, nelle piccolissime non sindacalizzate e dove non si sono tenute assemblee i «sì» hanno addirittura stravinto.
Ma cosa c’è dietro quella valanga di no nelle grandi fabbriche? C’è rabbia, prodotta da condizioni di lavoro troppo pesanti, una fatica svenduta perché i salari sono vergognosamente bassi, come ammette persino Montezemolo. C’è l’incazzatura di chi vede confermata la scelta di premiare sempre più le imprese a scapito dei lavoratori, le rendite a detrimento dei salari. C’è la delusione delle aspettative riposte nella fine del regime di Berlusconi e nell’avvento di una stagione «meno antioperaia».
Da qui viene il distacco dalla politica, figlio di una solitudine sempre più amara di chi sente svalorizzato il suo lavoro. Solitudine rispetto alla sinistra, da cui ci si aspettava qualche segnale di inversione di tendenza. E solitudine rispetto allo stesso sindacato che rischia di essere identificato come parte dell’odiato ceto politico. E’ la crisi della rappresentanza, vissuta tanto più fortemente quanto più dure sono le condizioni di lavoro. Si incazzano i vecchi operai a cui viene scippata la pensione e si incazzano i giovani a cui, oltre alla pensione futura, vengono scippate la sicurezza e il futuro. Giovani che alla catena di montaggio sono costretti a fare gli straordinari per passare da 1.100 a 1.200 euro al mese: sentono di perdere la gioventù, il senso stesso della loro vita, per un salario da fame. La loro vita e il loro lavoro non trova più albergo nelle politiche di quella che una volta veniva chiamata sinistra e dalla prossima settimana si chiamerà Partito democratico
Sbaglierebbe chi pensasse che dietro ogni «no» si nasconda una protesta di sinistra. Alla resistenza culturale di chi ha alle spalle una lunga esperienza politica e sindacale nella Fiom, o l’ha ereditata dal compagno di lavoro meno giovane, si aggiunge una rabbia generalizzata. Qualcuno ha scritto che al nord, berlusconiani e leghisti avrebbero aiutato il risultato del «no». I dati della consultazione smentiscono questa tesi. E’ molto probabile invece che una qualche influenza sia arrivata dal «grillismo» La solitudine non fa bene a nessuno, fa regredire culturalmente prima che politicamente. Gli operai non sono di per sé né di destra né di sinistra, è altro a determinarne la collocazione (qualcuno ricorda Karl Marx?). In una situazione sociale, com’è la fabbrica, gli operai sono disposti a qualsiasi cosa pur di difendere il più debole, il più giovane, l’immigrato. Fuori, in un territorio desertificato dalla crisi della politica, potrebbero anche firmare appelli per cacciare dai loro quartieri gli zingari.
Se queste considerazioni hanno un senso, il voto sul protocollo va preso sul serio, i segnali vanno raccolti, alle domande di tutela e di rappresentanza va data una risposta. Ci rifiutiamo di credere che si tratti di un problema solo per la Fiom.

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Così le guardie private Usa uccidevano i civili di Bagdad

Unificare le tre sigle e sfrattare i «rompi»

di Francesco Piccioni

su Il Manifesto del 14/10/2007
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I fischi di Mirafiori bocciano l’accordo

I fischi di Mirafiori bocciano l’accordo

di Loris Campetti

su Il Manifesto del 02/10/2007

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Alleva: «Il 20 in piazza per cambiare il Protocollo»

Alleva: «Il 20 in piazza per cambiare il Protocollo»

Intervista al giuslavorista. «L’intesa su Welfare e lavoro non combatte la precarietà. Serve una battaglia sui nostri contenuti originari per cambiare quell’accordo. In piazza e in Parlamento»

Antonio Sciotto

Il Manifesto 14/09/07

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Un’ora sola ti vorrei

 Un’ora sola ti vorrei
Loris Campetti
Aumentano i lavoratori e le lavoratrici italiane e diminuisce la disoccupazione. E’ un dato positivo. Tutto bene, dunque? Se così fosse, non resterebbe che ringraziare Berlusconi per i buoni risultati ottenuti con la legge 30, artefice della riapertura del mercato del lavoro. La disoccupazione nel 2006 è scesa al 6,8%, il livello più basso dal lontano 1993. Non a caso le destre esultano, rivendicando la giustezza e la lungimiranza della strategia che ha avuto in Biagi uno dei principali artefici. Fino a far dire a Gianni Alemanno che la diminuzione della disoccuazione «è un ulteriore segnale di successo delle politiche occupazionali impostate dal governo Berlusconi e un motivo in più per non consentire al centrosinistra di smantellare la legge Biagi».
Ma leggendo con attenzione i dati sull’occupazione pubblicati ieri dall’Istat, ecco che i voli pindarici delle nostre rumorose destre si concludono con rapidi quanto burrascosi atterraggi. Il primo elemento che salta agli occhi è il netto peggioramento della qualità del lavoro: per la prima volta in assoluto, nell’ultimo trimestre del 2006 più della metà dei nuovi contratti stipulati prevedono lavori precari e a termine, mentre i lavori a tempo indeterminato sono poco più del 40%. La seconda considerazione riguarda il massiccio ingresso di lavoratori stranieri, in conseguenza delle regolarizzazioni effettuate nel corso dello scorso anno. La terza considerazione è che, pur essendo il trend occupazionale positivo, nel Mezzogiorno la disoccupazione è quasi quadrupla rispetto al nord Italia e il doppio di quella nazionale. Al sud la situazione è talmente compromessa da spingere le donne a rinunciare a presentarsi sul mercato del lavoro. Il tasso di attività femminile risulta paradossalmente più alto, ma solo perché è crollata la domanda. L’ultima considerazione riguarda il trend che non è esattamente incoraggiante: negli ultimi due trimestri del 2006 il miglioramento della situazione occupazionale si è affievolito; nell’ultimo in particolare, l’aumento di occupazione maschile è portato quasi esclusivamente dai lavoratori immigrati.
Alcune di queste considerazioni che offuscano il «dato straordinario» festeggiato non solo dalla destra, ripropongono mali endemici dell’Italia – è il caso della crisi meridionale. Altri sono il prodotto di un tentativo di mettere un po’ d’ordine (nel mercato e nelle coscienze) con la regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Ma l’aspetto più eclatante che rischia di rovesciare il giudizio sullo stato del nostro mercato del lavoro è quello che riguarda la qualità del nuovo lavoro. Forse non tutti sanno che per l’Istat, come per l’Europa, per essere considerato «occupato» è sufficiente un’ora di lavoro alla settimana «in una qualsivoglia attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura». In natura? Una cassetta di mele? Non un giorno, un’ora. Ognuno di noi conosce, direttamente o indirettamente, la condizione del lavoratore precario. Ma è difficile accettare un criterio umiliante come questo. D’altro canto, per essere considerato disoccupato è necessario aver effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro negli ultimi trenta giorni e non aver mai rifiutato una qualsivoglia offerta d’impiego. Sennò non entri nella statistica.
Annoieremmo il lettore ripetendo, su questo giornale, il nostro giudizio sulle politiche neoliberiste che trovano il loro fondamento sulla precarietà. Né lanceremo appelli al governo a cancellare la legge 30 e ai sindacati a mettere in campo ogni iniziativa di lotta per raggiungere questo obiettivo. Ci accontenteremmo di non essere presi in giro con i numeri sulla disoccupazione.


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Istat: disoccupati «record» al 6,9%, ma sono aumentati soprattutto i posti a tempo determinato e part time
La precaria ripresa dell’occupazione
Ernesto Geppi
Se l’economia è in ripresa non è affatto chiaro, certo è che l’unica cosa che si muove nel mercato del lavoro sono per ora solo i tempi determinati, i lavoratori stranieri e quelli part time. La conferma viene dai risultati della rilevazione sulle forze di lavoro diffusi ieri dall’Istat relativi al quarto trimestre del 2006 e alla media di tutto il 2006. Dal confronto con il corrispondente trimestre del 2005 emerge una crescita del numero degli occupati (ossia di quanti hanno svolto almeno un’ora di lavoro nella settimana precedente l’intervista) di circa 333 mila unità (+1,5%), più della metà dei quali costituiti da occupati a tempo determinato, poco meno della metà da cittadini stranieri e per oltre il 40% da impieghi part-time. I tre quarti dell’aumento dell’occupazione è inoltre concentrato nelle regioni del nord (+2,1%), mentre nel centro e nel meridione l’incremento è stato margnale e i tassi di crescita sono inferiori al +1%.
Il contributo dei cittadini stranieri alla crescita dell’occupazione è in parte (ma in misura ormai decrescente) un effetto delle regolarizzazioni, ed è stato particolarmente sostenuto per la componente maschile: i +121 mila occupati maschi stranieri superano in valore assoluto l’ammontare complessivo dell’aumento dell’occupazione maschile (+117 mila unità) che ha avuto luogo rispetto al quarto trimestre 2005.
La partecipazione al mercato del lavoro nell’ultimo anno è rimasta invariata: il 62,9% della popolazione in età compresa fra 15 e 64 anni o è occupata o ricerca attivamente lavoro. Si tratta di un valore relativamente basso, specie se confrontato con quanto avviene nel resto dell’Ue, soprattutto a causa dei modesti tassi di attività femminili. In proposito è allarmante l’ulteriore peggioramento nelle regioni del sud della partecipazione femminile (ma anche maschile): solo il 37,5% delle donne meridionali è occupata o cerca attivamente lavoro, con una diminuzione di 0,8 punti rispetto a un anno prima, corrispondenti a circa 50 mila unità. Segno evidente di un mercato del lavoro che non funziona e che continua ad essere lasciato a sé stesso: un fatto grave, visto che l’aumento della partecipazione femminile è uno dei cardini delle politiche comunitarie. Questo effetto è particolarmente evidente in Campania, dove il tasso di attività complessivo (maschile e femminile) è diminuito in un anno di ben due punti percentuali e adesso è inferiore al 50%. Il tasso di attività femminile peraltro scricchiola anche nelle regioni del centro.
Come risultato dell’aumento degli occupati e della stasi delle forze di lavoro si è prodotta una ulteriore riduzione del tasso di disoccupazione sceso al 6,9% dall’8% di un anno fa. La riduzione è stata particolarmente sostenuta nelle regioni del sud, dove la disoccupazione è scesa al 12,2%, 2,1 punti in meno in un anno: questo risultato non è però una buona notizia, visto che è dovuto non tanto all’aumento degli occupati (+60 mila unità) quanto piuttosto a una consistente riduzione delle forze di lavoro (-110 mila unità).
Tornando agli occupati, buona parte dell’aumento riguarda posizioni di lavoro dipendente (+242 mila unità), ma di queste solo 51 mila sono a tempo indeterminato e si tratta quasi esclusivamente di posti part-time (+50 mila). Gli altri 191 mila posti in più sono tutti a tempo determinato, per lo più concentrati nel centro-nord e nei settori dei servizi. Lo stesso accade per le posizioni part time (+105 mila), dove è prevalente la componente femminile. A connotare il carattere di questa nuova occupazione vi è anche la riduzione delle ore di lavoro: il 22% degli occupati lavora meno di 30 ore settimanali e il 2,4% meno di 10 ore, tutti indicatori in crescita rispetto allo scorso anno..

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Sinistra unita per riscrivere la 30

Sinistra unita per riscrivere la 30

di Antonio Sciotto

su Il Manifesto del 09/02/2007

Rifondazione, Pdci, Verdi e sinistra Ds sostengono la proposta Alleva: unità che ha anche un valore politico. Si apre il confronto nell’Unione. Il ministro del lavoro: il flessibile costi più dello stabile

La sinistra si ritrova nella proposta di riscrittura del mercato del lavoro del giuslavorista Nanni Alleva. Ieri al Senato una conferenza stampa congiunta dei capigruppo di Rifondazione comunista, Pdci, Verdi e sinistra Ds dell’area Salvi ha sancito un primo fronte unitario della cosiddetta «sinistra radicale», e su un tema per nulla secondario: il lavoro. Come ha spiegato Maurizio Zipponi, di Rifondazione, «con la proposta Alleva si mette da parte la diatriba su “abolizione”, “abrogazione” o “modifica” della legge 30. Abbiamo un testo che presentiamo a tutta la coalizione e che può realizzare quanto scritto nel programma dell’Unione: superare la legge 30 per rimettere al centro il lavoro e il rapporto a tempo indeterminato». Il testo Alleva è già depositato per l’iter alle Camere e vanta già un centinaio di firme tra deputati e senatori (tra l’altro c’è anche un firmatario della Rosa nel pugno, partito di solito su posizioni ultra-liberiste): ora si apre al confronto con il resto dell’Unione, segnatamente con la «Carta delle lavoratrici e dei lavoratori» che sta approntando il tandem Damiano-Treu e che dovrebbe rappresentare il manifesto del lavoro del futuro Partito democratico. Ma ieri nessuno dei parlamentari ha lanciato «anatemi» contro l’altra parte dell’Unione, anzi al contrario l’approccio al dialogo è pragmatico e i rappresentanti dei «radical», pur non nascondendosi le difficoltà del confronto, si dicono certi che si potranno trovare convergenze.
A presentare la proposta – che i lettori del manifesto dovrebbero già conoscere – è stato lo stesso Alleva: «E’ fatta di 13 articoli – ha spiegato – abbiamo scelto apposta che sia breve, ma intensa. Vuole aggredire tutte le aree della precarietà, dimostrare che è possibile affrontarla e batterla. Per questo l’approccio è su più fronti, dalle parasubordinazioni ai contratti a termine, dalle esternalizzazioni e gli appalti al lavoro nero, fino al mobbing».
Il lavoro a progetto verrebbe superato grazie al nuovo concetto di «dipendenza socio-economica», non legando più la dipendenza e le sue tutele al mero comando gerarchico o al controllo degli orari, ma all’alienità del lavoratore rispetto ai mezzi di produzione, all’organizzazione aziendale e al risultato, tutto in mano all’impresa. Solo nel caso in cui il lavoratore può controllare questi tre ultimi «manici», allora si potrà definire autonomo. Sparisce così «una delle più tristi invenzioni italiane – spiega Alleva – il lavoro parasubordinato, unico caso in tutta Europa». Importante anche l’intervento sulle esternalizzazioni e gli appalti, stabilendo la responsabilità in solido di committente e appaltatore e riconoscendo dunque al lavoratore la garanzia di conservare le acquisizioni contrattuali e il posto di lavoro anche in caso di cessione di impresa. Sul contratto a termine si stabilisce il ritorno a causali definite e tetti, la non ripetibilità all’infinito ma solo un numero limitato in un tot di anni (tre), il diritto di precedenza per le assunzioni. Il lavoro nero viene definito «comportamento antisindacale», inducendo così il sindacato a costituirsi parte civile.
Ai parlamentari è stato chiesto fino a che punto si potranno spingere i compromessi con il resto della maggioranza. I paletti, secondo il verde Natale Ripamonti, stanno nella tutela per tutti contro il licenziamento senza giusta causa, nell’equa retribuzione ed orario di lavoro, nella continuità del reddito e delle prestazioni pensionistiche, nel diritto alla rappresentanza e all’agibilità sindacale. Anche Cesare Salvi e Paolo Brutti, della sinistra Ds, appoggiano la proposta (l’area di Fabio Mussi per il momento non compare). Per Gianni Pagliarini, Pdci, «è una proposta aperta, che non fissa dei no, ma apre un confronto con la coalizione per la realizzazione del programma».
Intanto il ministro del lavoro Cesare Damiano ha riferito in Commissione lavoro della Camera: ha esposto quanto fatto finora per fronteggiare la precarietà, dagli incentivi alla stabilizzazione in finanziaria fino alla circolare sui call center. Il ministro ha dato un’indicazione sulla sua impostazione: «Il lavoro flessibile deve costare più di quello stabile, ma non si deve cancellare la flessibilità buona».

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Riunificare il lavoro

L’Unione affronta divisa la legge 30 e la riscrittura delle norme per ridare centralità al tempo indeterminato. Damiano prepara tre tavoli, e insiste su ammortizzatori e tutele graduali. A confronto con le proposte Cgil e Alleva Il ministro del lavoro vuole soltanto «rivedere» la 30, la Cgil chiede una completa riscrittura. Alleva e sinistra dell’Unione: cancellare i cocoprò
Antonio Sciotto
Roma
Come uscire dalla precarietà? La risposta, certo, non può stare solo in una legge, ma è anche evidente che una legge può peggiorare moltissimo i rapporti di lavoro. E’ il caso della famigerata 30 – detta «Biagi» – che ha inaugurato un vero e proprio hard discount della flessibilità (più che un semplice «supermercato», dato che le imprese possono trovare contratti a prezzi stracciati). Ma non bisogna nascondersi neppure che i problemi sono partiti ben prima: la stura data ai contratti cococò dalla riforma delle pensioni Dini (già esistevano dagli anni Settanta, ma il fondo separato Inps ha dato loro grande impulso), l’impazzare dell’interinale grazie al «pacchetto Treu». E non è ancora tutto: ci sono le esternalizzazioni, le cessioni di ramo d’impresa, i lavori a progetto, che hanno apposto un termine al contratto cococò senza aumentarne le garanzie, la riforma dei contratti a termine del 2001, che ne ha permesso la ripetibilità all’infinito.
Tutti questi temi verranno affrontati nei tre tavoli che il governo si appresta ad aprire in primavera (non è fissata una data precisa): previdenza, welfare e mercato del lavoro, produttività e competitività. Un convegno alla Cgil ieri ha messo allo stesso tavolo le varie parti in causa: dall’Ulivo, con la sua «Carta dei diritti» promossa da Ds e Margherita, fino alla proposta del giuslavorista Nanni Alleva, fatta propria dalla sinistra della coalizione e dai movimenti di «Stop precarietà ora», passando per le proposte di legge presentate nel 2002 dalla Cgil, in concomitanza con la mobilitazione in difesa dell’articolo 18 (e ribadite al Congresso di Rimini), fino a «Precariare stanca» della sinistra Ds. Il convegno è stato organizzato dalla Rivista Giuridica del lavoro e dalla casa editrice Ediesse, e hanno partecipato il ministro del lavoro Cesare Damiano, per la Cgil Guglielmo Epifani e Fulvio Fammoni, la parlamentare dell’Ulivo Elena Cordoni, Massimo Marchetti di Confindustria, i giuslavortisti Alleva, Adalberto Perulli e Massimo Roccella. Il convegno è dedicato a Giorgio Ghezzi, noto giuslavorista scomparso due anni fa. Quando si riferiva alla riscrittura del lavoro, Ghezzi parlava della necessità di «afferrare Proteo»: l’improbo compito di ricondurre a una riunificazione forme contrattuali frammentate e multiformi.
Damiano morbido sulla «Biagi»
La proposta Alleva tenta proprio di «afferrare Proteo» perché parla di un unico contratto per tutti i dipendenti, dove il criterio non sia più l’eterodirezione tipica della subordinazione fordista, ma l’alienità del lavoratore rispetto a un’organizzazione e un risultato stabiliti da un terzo (l’impresa): è il lavoro «economicamente dipendente». Saranno poi dei «patti derogatori» a configurare dei sottocontratti a seconda del grado di eterodirezione, da quella classica (la linea di montaggio) fino all’«autoregolazione» (un rappresentante che viaggia e si autogestisce gli orari). Dunque Alleva propone di eliminare forme contrattuali come quelle parasubordinate, e di intervenire sui contratti a termine, gli appalti, le esternalizzazioni e le cessioni d’impresa.
Il ministro del lavoro Cesare Damiano ha presentato la sua linea «gradualista» alle riforme, ispirata alla «Carta delle lavoratrici e dei lavoratori» approntata insieme a Tiziano Treu. Ha come sempre ribadito quanto fatto già in finanziaria e non solo (dalla circolare dei call center alle misure contro il lavoro nero), puntando sugli incentivi (vedi cuneo fiscale) e gli ammortizzatori (indennità di disoccupazione, contributi figurativi e totalizzazione per i lavoratori precari), ma non ha mostrato di condividere l’idea di cancellare i contratti cocoprò, preferendo piuttosto il graduale innalzamento dei costi e delle tutele (è da notare che se anche mai questi lavoratori raggiungessero i costi del lavoro dipendente, resterebbero però licenziabili a piacere). Glissando il programma dell’Unione, che parla di «superamento», Damiano ribadisce che la legge 30 è da sottoporre a «revisione»: certo, con concetti così ambigui alla fine un termine vale l’altro, ma comunque colpisce come i Ds si siano via via ammorbiditi con la legge 30 dopo il gran parlare fatto sotto elezioni. Da notare poi che il ministro vuole portare tutti questi temi ai prossimi tavoli con le parti sociali: perfino i contratti a termine, su cui invece aveva annunciato di voler legiferare autonomamente nel caso le parti sociali non avessero raggiunto un accordo a tre mesi dalle linee guida emesse dal ministero. I tre mesi scadono proprio questa settimana, e adesso pare che i contratti a termine diventeranno «merce» di scambio ai tavoli con Confindustria.
E infatti le imprese non se lo fanno dire due volte: sono ferocemente contrarie a irrigidire la ripetibilità all’infinito istituita dal governo Berlusconi, e se proprio si dovrà mettere mano ai contratti a termine, «devono far parte di un discorso più generale – ha spiegato ieri il rappresentante della Confindustria – dove si parli anche di orari di lavoro». Come dire: la Cgil non faccia più «capricci» su orari e modello contrattuale, le imprese chiedono «produttività» (ordinare orari e cambi turno senza trattare con le Rsu) e magari qualcosa cederanno sul fronte precarietà.
Epifani non entra in diretta polemica con Damiano, ma sottolinea che «lasciare le leggi così come sono, prevedendo solo una manutenzione, non può andare: bisogna mettere mano all’intero impianto». Fa l’esempio di un cocoprò di una grossa compagnia telefonica che riesce a fare 1600 euro netti al mese, di cui però la gran parte è salario variabile, non tassato e senza contributi: «Una schifezza». Fulvio Fammoni chiede una «riduzione a pochi contratti, con il tempo indeterminato come forma normale e il resto solo in condizioni di straordinarietà e non ripetitività». E «gli ammortizzatori, certo necessari, da soli non danno una risposta: bisogna agire anche sul prosciugamento della precarietà». La Cgil, nelle sue proposte di legge, ha in comune con Alleva il concetto di «riunificazione» sotto un unico contratto dipendente. Massimo Roccella non sta né con la proposta Alleva (non sarebbe necessaria, perché secondo recenti sentenze della Corte costituzionale l’«economicamente dipendente» sarebbe già nel Codice civile, e basterebbe una nuova interpretazione) né con la Carta dell’Ulivo, che lasciando il cococò licenziabile a fronte di un misero risarcimento, sarebbe più arretrata persino della legge 30.

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atti del convegno sesso e politica

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