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	<title>rassegna stampa per la sinistra</title>
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		<title>rassegna stampa per la sinistra</title>
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		<title>Applausi in aula, ma Bachelet dice «niente vendette»</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 10:21:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[REAZIONI IN ITALIA
Applausi in aula, ma Bachelet dice «niente vendette»
Daniela Preziosi
ROMA
 Un lungo applauso bipartisan, un&#8217;ola di emozione degna di miglior causa. Così la camera dei deputati ieri ha accolto il sì all&#8217;estradizione di Cesare Battisti da parte del tribunale federale supremo del Brasile. «L&#8217;applauso unanime non ha bisogno di alcun commento», dice il presidente [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rassegnastampa.wordpress.com&blog=376486&post=350&subd=rassegnastampa&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>REAZIONI IN ITALIA<br />
Applausi in aula, ma Bachelet dice «niente vendette»<br />
Daniela Preziosi<br />
ROMA<br />
<span id="more-350"></span> Un lungo applauso bipartisan, un&#8217;ola di emozione degna di miglior causa. Così la camera dei deputati ieri ha accolto il sì all&#8217;estradizione di Cesare Battisti da parte del tribunale federale supremo del Brasile. «L&#8217;applauso unanime non ha bisogno di alcun commento», dice il presidente di turno Maurizio Lupi. A questo punto chiede la parola Olga D&#8217;Antona, vedova di un uomo ucciso dalle nuove Br, e definisce la vicenda addirittura «una vittoria per l&#8217;Italia», rilanciando un&#8217;offensiva contro la Francia per l&#8217;estradizione dell&#8217;ex brigatista Marina Petrella. È il segnale: da entrambi i lati dell&#8217;emiciclo parte la gara alla dichiarazione, praticamente un coro senza stecche. «Una grande soddisfazione per i parenti delle vittime che così non hanno subito una beffa dopo il dolore per la perdita dei loro cari» (il ministro Ignazio Larussa, Pdl), «Trionfo della giustizia» (Maurizio Gasparri, Pdl), «Un passo verso un&#8217;affermazione del diritto e del riconoscimento della sofferenza dei familiari delle vittime» (Vannino Chiti, Pd), «un successo del governo e del parlamento», (Marco Minniti, Pd). E via dichiarando, in un crescendo di soddisfazione e gioia che culmina in alcuni interventi leghisti dai toni particolarmente poco sorvegliati, e vendicativi nei confronti dell&#8217;uomo che sta nelle carceri brasiliane.<br />
E così prende la parola Giovanni Bachelet, deputato nelle file del Pd (area Bindi e mozione Marino), figlio di Vittorio, docente universitario e vicepresidente del Csm ucciso nell&#8217;80 dalle Br. Giovanni ha sempre vissuto in maniera privata il suo essere familiare di un uomo ucciso da un commando. E ieri è stato lui a raffreddare le scene di giubilo dell&#8217;aula: «Chiedo scusa a Cesare Battisti per i toni che sono stati usati in quest&#8217;aula», ha scandito. «La nostra costituzione prevede la pena per la rieducazione del detenuto. Molti di coloro che sono morti per mano dei terroristi, sono morti per difendere questa Costituzione, non per la vendetta». Una rivolta, spiega poi, a fine seduta, «più come deputato del parlamento che come figlio di una vittima del terrorismo. Già quando in aula è partito l&#8217;applauso, io non ho partecipato: cosa c&#8217;è da gioire, stiamo parlando di un uomo che sta in carcere e che ci resta. Non mi sembra un fatto allegro, in ogni caso».<br />
Bachelet ha studiato il caso Battisti: è stato lui, con il deputato Pdl Giuliano Cazzola, a promuovere la mozione bipartisan &#8211; votata il 26 febbraio scorso &#8211; che chiedeva l&#8217;estradizione di Battisti. «Ma quando abbiamo scritto quel testo», racconta «siamo stati attenti al senso civile e di diritto di quello che volevamo sostenere. E l&#8217;articolo 27 della Carta prevede che &#8216;le pene tendano alla rieducazione del condannato&#8217;. Nessuna vendetta, né risarcimento alle vittime con una carcerazione e un nuovo dolore. Questi signori della destra si rassegnino. Ci sarà sempre un giudice a ricordare che la costituzione va rispettata».<br />
<!--VERSIONE COMPLETA FINE--></p>
Posted in esteri Tagged: battisti, il manifesto <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rassegnastampa.wordpress.com/350/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rassegnastampa.wordpress.com/350/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rassegnastampa.wordpress.com/350/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rassegnastampa.wordpress.com/350/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rassegnastampa.wordpress.com/350/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rassegnastampa.wordpress.com/350/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rassegnastampa.wordpress.com/350/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rassegnastampa.wordpress.com/350/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rassegnastampa.wordpress.com/350/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rassegnastampa.wordpress.com/350/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rassegnastampa.wordpress.com&blog=376486&post=350&subd=rassegnastampa&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Camp Darby si allarga con l&#8217;aiuto del sindaco Pd</title>
		<link>http://rassegnastampa.wordpress.com/2009/11/24/camp-darby-si-allarga-con-laiuto-del-sindaco-pd/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 13:26:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>neurospora</dc:creator>
				<category><![CDATA[politica italina]]></category>
		<category><![CDATA[basi militari]]></category>
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		<description><![CDATA[tratto da il manifesto
del 19/11/09
di Manlio Dinucci
La Regione Toscana e i comuni di Pisa e Livorno hanno dato il via, con un accordo di programma e 108 milioni di euro, al riassetto delle vie navigabili interne per «ottimizzare gli interscambi tra i siti logistici della Toscana». Davvero ottima iniziativa. Solo che tra i siti logistici [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rassegnastampa.wordpress.com&blog=376486&post=348&subd=rassegnastampa&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>tratto da il manifesto<br />
del 19/11/09<br />
di Manlio Dinucci</p>
<p>La Regione Toscana e i comuni di Pisa e Livorno hanno dato il via, con un accordo di programma e 108 milioni di euro, al riassetto delle vie navigabili interne per «ottimizzare gli interscambi tra i siti logistici della Toscana». Davvero ottima iniziativa. Solo che tra i siti logistici maggiormente interessati c&rsquo;è la base Usa di Camp Darby, che chiede l&rsquo;ampliamento del Canale dei Navicelli che la collega al porto di Livorno. Il sindaco di Pisa Marco Filippeschi (Pd) ha chiesto al comando Usa una compartecipazione ai lavori «anche in vista di importanti prospettive dello stesso Camp Darby». Il comando ha «interesse ad allargare la darsena della base militare» così da manovrare due chiatte in contemporanea.<br />
<span id="more-348"></span><br />
Soddisfatto, il sindaco conferma che «gli americani ritengono questo insediamento molto importante e vogliono continuare a investirci» e che, per tale progetto, c&rsquo;è «disponibilità sia da parte del Parco che della Regione». Dimentica però lo «smemorato» sindaco del Pd che lo stesso Consiglio comunale di Pisa ha approvato, il 18 gennaio 2007, una mozione per «la dismissione e la riconversione a usi esclusivamente civili di Camp Darby».</p>
<p>La base, che rifornisce le forze terrestri e aeree nell&rsquo;area mediterranea, africana e mediorientale, sta assumendo crescente importanza nel quadro del potenziamento delle basi Usa in Italia. Ha quindi necessità di velocizzare i collegamenti con il porto di Livorno e accrescere la capienza. Ciò può essere fatto creando, attraverso l&rsquo;interporto livornese di Guasticce, un indotto che serva al transito e allo stoccaggio di materiali logistici, come gli «aiuti umanitari» della Usaid di cui la base costituisce il maggiore centro in Europa. In tal modo si può liberare, nella base, spazio per il deposito di altri armamenti.</p>
<p>Camp Darby intende quindi irradiarsi nel territorio e, a tal fine, è validamente aiutata dal sindaco Filippeschi che, mentre gioisce per le «importanti prospettive» della base Usa da cui partono le armi per le guerre, promuove un mese di iniziative sul tema «Pisa città per la pace e i diritti umani».</p>
Posted in politica italina Tagged: basi militari, BASI USA IN ITALIA, camp darby, usa <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rassegnastampa.wordpress.com/348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rassegnastampa.wordpress.com/348/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rassegnastampa.wordpress.com/348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rassegnastampa.wordpress.com/348/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rassegnastampa.wordpress.com/348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rassegnastampa.wordpress.com/348/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rassegnastampa.wordpress.com/348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rassegnastampa.wordpress.com/348/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rassegnastampa.wordpress.com/348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rassegnastampa.wordpress.com/348/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rassegnastampa.wordpress.com&blog=376486&post=348&subd=rassegnastampa&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>L’illusione del nation building</title>
		<link>http://rassegnastampa.wordpress.com/2009/11/08/l%e2%80%99illusione-del-nation-building/</link>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 19:36:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>neurospora</dc:creator>
				<category><![CDATA[politica italina]]></category>

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		<description><![CDATA[loretta napoleoni 6 novembre 2009
L’illusione del nation building
In Afghanistan la democrazia occidentale è un modello inapplicabile. Agli Stati Uniti servono idee nuove su come portare pace e benessere in un altro paese. 
Nel ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino gli Stati Uniti stanno perdendo la guerra in Afghanistan, un paese che indirettamente contribuì [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rassegnastampa.wordpress.com&blog=376486&post=347&subd=rassegnastampa&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://www.internazionale.it/home/?cat=62" title="Visualizza tutti gli articoli in loretta napoleoni">loretta napoleoni</a> 6 novembre 2009</p>
<h1>L’illusione del nation building</h1>
<h2><img title="Loretta Napoleoni" src="http://www.internazionale.it/images/aut-61.jpg" alt="" height="120" width="120" />In Afghanistan la democrazia occidentale è un modello inapplicabile. Agli Stati Uniti servono idee nuove su come portare pace e benessere in un altro paese. </h2>
<p>Nel ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino gli Stati Uniti stanno perdendo la guerra in Afghanistan, un paese che indirettamente contribuì al crollo della cortina di ferro. Negli anni ottanta i mujahiddin afgani combatterono il jihad antisovietico proprio come oggi le forze della coalizione occidentale danno battaglia ai taliban e ad Al Qaeda. Nel febbraio del 1989, dopo una ritirata lunga, dolorosa e umiliante, gli ultimi militari sovietici uscirono dall’Afghanistan, pochi mesi prima dell’implosione del sistema sovietico. Senza quella sconfitta, oggi forse non potremmo festeggiare i vent’anni dalla fine della guerra fredda e l’Europa unita.</p>
<p>Ma oggi l’Afghanistan determina ancora una volta il nostro futuro. E, paradossalmente, il cimitero di una superpotenza è diventato il campo di battaglia dell’altra, cioè degli Stati Uniti, che finanziarono i mujahiddin insieme ai sauditi e che hanno usato questo paese così ostile per sconfiggere l’Unione Sovietica.</p>
<p>Le analogie tra le due guerre sono molte. I generali sovietici non facevano che chiedere più uomini per controllare quel territorio, dove la moderna macchina da guerra non funzionava. Le armate degli Stati Uniti e della coalizione occidentale sono di fronte allo stesso problema: le consuete tattiche belliche non danno i risultati sperati e ogni vittoria porta con sé altrettante illusioni.</p>
<p>Come scoprirono a suo tempo i generali sovietici, in Afghanistan è del tutto inutile conquistare un villaggio, perché il giorno dopo i terroristi riprendono il controllo delle sue strade. I taliban sono sfuggenti come i mujahiddin: la sera svaniscono sulle montagne e la mattina dopo sono lì che sparano di nuovo.</p>
<p>Le due guerre si somigliano anche sotto il profilo geografico. Durante il jihad antisovietico gran parte dei combattimenti si svolse nel sud dell’Afghanistan, verso il confine con il Pakistan, dove i mujahiddin si rifugiavano per sfuggire ai sovietici. Oggi i taliban e Al Qaeda hanno il loro quartier generale a Quetta, in Belucistan. La maggior parte dei morti sovietici cadde nelle province di Kandahar e di Helmand, che anche in questa nuova guerra afgana sono le zone più instabili. Ma la somiglianza che colpisce di più riguarda l’obiettivo finale delle due guerre: trasformare l’Afghanistan in un paese amico facendone un replicante della superpotenza che lo invade. Uno stato satellite dell’universo sovietico vent’anni fa, una democrazia all’occidentale oggi. Pericoloso, come esercizio di nation building.</p>
<p><strong>Il passatempo preferito di Washington</strong><br />
Fino alla caduta del muro di Berlino gli Stati Uniti si erano mossi con cautela in questo gioco, che sembrava piacere a Mosca. Due tentativi – la trasformazione della Germania e del Giappone in paesi democratici – erano andati bene, anche se Washington ha davvero ultimato il suo compito solo con la riunificazione tedesca del 1990. La caduta del muro di Berlino aveva dimostrato che la democrazia era esportabile. Forse, dopo aver visto gli europei fare a pezzi il muro a mani nude pur di ricongiungersi con parenti e amici dall’altra parte della barriera della guerra fredda, la Casa Bianca si era convinta che la democrazia era l’arma più potente di cui disponeva. Questo spiegherebbe perché, dagli anni novanta in poi, il passatempo preferito di Washington sia diventato il nation building.</p>
<p>Da uno studio condotto dalla Rand corporation nel 2003 risulta che sulle 55 operazioni di pace organizzate dagli Stati Uniti dal 1945, 41 sono successive al 1989. Gli interventi di Washington sono sempre stati seguiti da iniziative di nation building, ma il bilancio è pessimo. Dalla Somalia nel 1993, passando per il Ruanda, la Bosnia e il Kosovo, ogni volta “gli Stati Uniti hanno guidato un intervento di portata più vasta e più ambizioso del precedente”, conclude il rapporto.</p>
<p>George W. Bush ha criticato i tentativi di diffondere la democrazia di Bill Clinton, ma dopo l’11 settembre si è impegnato in un importante e ambizioso progetto di nation building in Afghanistan e in Iraq. Nessun presidente americano eletto dopo la guerra fredda, compreso Obama, ha capito che l’elemento principale del nation building non è la ricostruzione economica, ma la trasformazione politica.</p>
<p>Così gli americani stanno facendo gli stessi errori dei sovietici. In Somalia, ad Haiti e in Afghanistan Washington non è riuscita a insediare dei veri governi democratici, perché tutti e tre i paesi sono lacerati da divisioni etniche, socioeconomiche o tribali. Quanto all’Afghanistan, sembra proprio che la democrazia di stampo occidentale sia il modello sbagliato da applicare. L’Urss è crollata a causa dell’obsolescenza del modello economico e politico su cui poggiava. Il Cremlino non ha saputo modernizzarsi e la sua sfortunata guerra in Afghanistan l’ha dimostrato.</p>
<p>Quanto agli Stati Uniti, corrono lo stesso rischio se la loro modernizzazione si limiterà all’elezione di Barack Obama. Avrebbero bisogno anche di un’idea nuova su come portare la pace e il benessere in un altro paese.</p>
<p><em><strong>Loretta Napoleoni</strong> è un’economista italiana che vive a Londra. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è La morsa. Le vere ragioni della crisi mondiale (Chiarelettere 2008).</em></p>
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	</item>
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		<title>5.12.09 No Berlusconi Day. Appello delle madri orfane di stato</title>
		<link>http://rassegnastampa.wordpress.com/2009/11/08/5-12-09-no-berlusconi-day-appello-delle-madri-orfane-di-stato/</link>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 08:48:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>neurospora</dc:creator>
				<category><![CDATA[politica italina]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>

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		<description><![CDATA[tratto da OSSERVATORIO sulla REPRESSIONE
del 6 novembre
Ricordando (in ordine di sparizione in anni recenti): Carlo, Dax, Marcello, Federico, Riccardo, Giuseppe, Renato, Gabriele, Aldo, Francesco, Stefano “Cabana” e Stefano.

Noi madri, orfane di stato perché lo Stato ha ucciso i nostri figli, ha permesso che si facesse scempio della loro vita e della loro dignità.
Noi madri, che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rassegnastampa.wordpress.com&blog=376486&post=346&subd=rassegnastampa&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>tratto da OSSERVATORIO sulla REPRESSIONE<br />
del 6 novembre</p>
<p>Ricordando (in ordine di sparizione in anni recenti): Carlo, Dax, Marcello, Federico, Riccardo, Giuseppe, Renato, Gabriele, Aldo, Francesco, Stefano “Cabana” e Stefano.</p>
<p><span id="more-346"></span><br />
Noi madri, orfane di stato perché lo Stato ha ucciso i nostri figli, ha permesso che si facesse scempio della loro vita e della loro dignità.</p>
<p>Noi madri, che abbiamo visto come si può mentire, depistare, nascondere o mutilare le prove della violenza. Come si può sostenere impunemente che la vittima è un de linquente mentre chi delinque viene descritto come vittima.</p>
<p>Noi, che pure avendo le prove della violenza da parte di alcuni settori dello Stato abbiamo visto come lo Stato si auto assolve; come viene sospeso il diritto in piazza, in carcere o nelle caserme; come si legittima l’impunibilità di chi veste una divisa.</p>
<p>Noi che abbiamo dolorosamente toccato con mano il legame che unisce chi predica l&#8217;intolleranza contro chi appare debole o diverso, e chi la mette in pratica.</p>
<p>Noi che abbiamo visto sul piatto della bilancia la vita dei nostri figli pesare molto meno di un’automobile o una vetrina infranta.</p>
<p>Noi che davanti al corpo offeso dei nostri figli abbiamo detto “mai più”, ogni volta e di nuovo, inutilmente.</p>
<p>Noi testimoni, madri orfane dei nostri figli, chiediamo alle donne e agli uomini che ancora credono nel valore del diritto e della giustizia di testimon iare con noi, di unire le loro voci alle nostre per richiamare l’opinione pubblica di fronte alle proprie responsabilità.</p>
<p>Haidi Giuliani<br />
Rosa Piro<br />
Patrizia Moretti<br />
Maria Ciuffi<br />
Stefania Zuccari</p>
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		<title>Il lavoro non è una merce, è la leva per cambiare il mondo</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 07:38:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>neurospora</dc:creator>
				<category><![CDATA[politica italina]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel nostro paese vi sono evidenti segnali di un risveglio
dell’opposizione sociale alle politiche del governo delle destre e delle classi dominanti, dopo la dura sconfitta elettorale e la profonda crisi nella quale è entrata la sinistra. I movimenti non si sono spenti. Molti di essi hanno ritrovato vivacità. Dalla fine dell’estate in poi non vi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rassegnastampa.wordpress.com&blog=376486&post=345&subd=rassegnastampa&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Nel nostro paese vi sono evidenti segnali di un risveglio<br />
dell’opposizione sociale alle politiche del governo delle destre e delle classi dominanti, dopo la dura sconfitta elettorale e la profonda crisi nella quale è entrata la sinistra. I movimenti non si sono spenti. Molti di essi hanno ritrovato vivacità. Dalla fine dell’estate in poi non vi è stato un fine settimana che non sia stato<br />
caratterizzato da un grande appuntamento, dalla manifestazione per la libertà di stampa a quella contro il razzismo, passando per quelle contro l’omofobia e il precariato nella scuola. Senza contare i tanti momenti di lotta e di conflitto locali. Anche il movimento sindacale non è inerte, malgrado la profonda divisione che lo attraversa. Eppure dobbiamo riconoscere che il tema del lavoro non appare essere il centro motore, la leva moltiplicatrice di questa rinascente<br />
opposizione. Il cono di luce che si è acceso questa estate sulla vicenda Innse, grazie alla tenacia e alla vittoria degli operai, si è già spento. Non si può certo dire che il dibattito congressuale del più grande sindacato italiano la Cgil, stia muovendo i suoi primi passi con la dovuta attenzione da parte dei mass-media e del dibattito politico. Siamo convinti che tutto questo non deriva da una perdita del ruolo del lavoro nella società contemporanea, quanto dalla perdita della sua percezione da parte del mondo politico e di gran parte della sinistra.</p>
<p>Uno degli effetti più rilevanti del processo di globalizzazione è invece l’enorme aumento del numero dei lavoratori dipendenti su scala mondiale. Naturalmente, e ciò è particolarmente vero nelle società e nelle economie più sviluppate, il lavoro è cambiato. Il suo contenuto immateriale è cresciuto di importanza rispetto a quello materiale se ci confrontiamo con il periodo d’oro del fordismo-taylorismo. E’ enormemente aumentata la zona grigia che sta tra il lavoro e la disoccupazione, cioè l’area del precariato che pone problemi e bisogni inediti. Ma, pur sapendo che queste novità devono essere terreno di analisi ben più approfondite, il conflitto fra capitale e lavoro si è esteso su scala globale, assumendo molteplici e innovative forme, non il contrario.</p>
<p>Lo dimostra anche l’attuale crisi economico-finanziaria mondiale. Essa è ingigantita dalla dimensione enorme che ha assunto la finanza nel moderno capitalismo, ma le sue cause più autentiche affondano nell’economia reale, nel regime dei bassi salari, della precarizzazione del rapporto di lavoro, nella privatizzazione degli istituti dello stato sociale che hanno caratterizzato la stagione neoliberista del capitalismo contemporaneo. Se non cambiano le attuali politiche economiche dominanti, quando la crisi passerà, lascerà dietro di sé uno spaventoso aumento della disoccupazione e una nuova ondata di poveri, come già ci dicono le cifre fornite dall’Onu.</p>
<p>Si può uscire dalla crisi evitando un nuovo massacro sociale e un arretramento generale della capacità produttiva, solo cambiando il modello di sviluppo, orientandolo verso la produzione di beni fruibili collettivamente e difendendo l’ambiente. Ma questo non si può fare senza valorizzare in tutti i sensi il lavoro umano, quello che produce beni materiali e immateriali, quello manuale e quello intellettuale, quello dipendente e quello realmente autonomo, quello privato e quello pubblico. Rappresentare politicamente il lavoro vuole dire esattamente questo.</p>
<p>Noi, che apparteniamo a forze politiche e ad aree culturali che si collocano, per ideali e programmi, nel campo della sinistra, sentiamo il dovere e il bisogno di tornare a ragionare sul lavoro. Non pensiamo di poterlo fare da soli, ma sappiamo che questo compito spetta in primo luogo a chi ritiene che bisogna ridare significato e forza alla sinistra. Per questo vogliamo unire i nostri sforzi e delle<br />
organizzazioni di cui facciamo parte in un lavoro costante di ricerca e di azione sul tema del lavoro e dei lavori, su quello dell’innalzamento delle retribuzioni, sulla riforma fiscale in favore del lavoro dipendente, sulla ricomposizione del mondo del lavoro contro la precarietà, sulla introduzione di un sistema universalistico di sostegno al reddito per chi il lavoro non ce l’ha, sulla<br />
democratizzazione della rappresentanza sindacale, sul diritto dei lavoratori di votare sugli accordi, sulla democrazia economica, sui nuovi confini e rapporti fra leggi e contratti. Vogliamo farlo in un’ottica almeno europea e non solo nazionale.</p>
<p>Per queste ragioni vogliamo dare vita a un “Tavolo per il lavoro”, per promuovere ricerche, dibattiti, iniziative, mobilitazioni, aperto a tutti coloro che condividono questa esigenza.</p>
<p>martedì 03 novembre 2009<br />
Piergiovanni Alleva<br />
Titti di Salvo<br />
Piero di Siena<br />
Roberta Fantozzi<br />
Orazio Licandro<br />
Luciano Gallino<br />
Francesco Garibaldo<br />
Alfonso Gianni<br />
Alfiero Grandi<br />
Giorgio Mele<br />
Roberto Musacchio<br />
Pasqualina Napoletano<br />
GianPaolo Patta<br />
Gianni Pagliarini<br />
Augusto Rocchi<br />
Cesare Salvi<br />
Mario Tronti</p>
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		<title>«È gradita la camicia nera»</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 07:12:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>neurospora</dc:creator>
				<category><![CDATA[politica italina]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>

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		<description><![CDATA[di Paola Bonatelli
su il manifesto del 01/11/2009
Verona, inviti a feste, gite e cene nostalgiche inviati dall&#8217;indirizzo di posta elettronica del Comune. Sotto accusa l&#8217;ex assessore An alle politiche giovanili Massimo Mariotti

Certi lupi non perdono né il pelo né il vizio. E&#8217; il caso di Massimo Mariotti, presidente dell&#8217;Azienda municipalizzata trasporti di Verona ed ex-consigliere comunale [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rassegnastampa.wordpress.com&blog=376486&post=344&subd=rassegnastampa&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>di Paola Bonatelli<br />
su il manifesto del 01/11/2009</p>
<p>Verona, inviti a feste, gite e cene nostalgiche inviati dall&#8217;indirizzo di posta elettronica del Comune. Sotto accusa l&#8217;ex assessore An alle politiche giovanili Massimo Mariotti<br />
<span id="more-344"></span><br />
Certi lupi non perdono né il pelo né il vizio. E&#8217; il caso di Massimo Mariotti, presidente dell&#8217;Azienda municipalizzata trasporti di Verona ed ex-consigliere comunale di Alleanza Nazionale. Quando era assessore alle Politiche giovanili nella giunta Sironi (Forza Italia), patrocinava e finanziava iniziative «culturali» di un certo (nero) spessore: non solo concerti nazirock con alcuni dei gruppi più in voga nel panorama italiano ed europeo della White Power Music &#8211; dai 270bis agli Aurora, dai Rockaforte agli ora disciolti Gesta Bellica fino agli inglesi Condamned 84 e agli svedesi Ultima Thule &#8211; ma anche conferenze sugli «scenari della politica mondiale» in collaborazione con la Fondazione Julius Evola, piuttosto che incontri «formativi» in collaborazione con la &#8220;Fondazione Rui&#8221; (Opus Dei). Ora fa parte della Destra Sociale, corrente del Pdl, e, pur essendo un ex del consiglio comunale, usa l&#8217;indirizzo di posta elettronica del Comune di Verona per spedire inviti a feste, gite, iniziative in cui «è gradita la camicia nera». Esempio 1: «Cena tricolore, giovedì 17 settembre, seguirà ora e luogo (puoi allargare l&#8217;invito ai simpatizzanti della Destra Sociale, per motivi organizzativi fammi sapere + o &#8211; il numero), è gradita la camicia nera, Max». Esempio 2: «Da massimo_mariotti@comune.verona.it, data: 02 ottobre 2009, Oggetto: gita sociale domenica 18 ottobre, Gita al Vittoriale degli Italiani di Gabriele D&#8217;Annunzio, Ricordo dei Legionari Fiumani, Sono graditi Labari e Gagliardetti di rappresentanza e naturalmente la Camicia nera». Esempio 3: «Invito alla &#8220;Festa Ufficiale della Destra Sociale&#8221; presso la Discoteca Berfi&#8217;s Club, data 28 ottobre 2009» (guarda caso, anniversario della Marcia su Roma, pubblicizzato anche da un enorme striscione sulla tangenziale cittadina, ndr). In città la &#8220;bomba&#8221; scoppia grazie ad un comunicato del Circolo Pink di cultura glbte, che Gianni Zardini, presidente del circolo, diffonde senza crederci troppo: «Ormai &#8211; dichiara Zardini &#8211; questa città è abituata alle brutture, tant&#8217;è vero che anche stavolta è toccato a noi, piccola associazione che fatica a sopravvivere, occuparci anche di questo. Una volta intercettati i messaggi di Mariotti, non abbiamo esitato ma ci chiediamo: dov&#8217;è l&#8217;opposizione? Dove sono i consiglieri di centrosinistra che dovrebbero impegnarsi su questi temi? Anche perché Mariotti è una vecchia conoscenza, quando era assessore distribuiva soldi ai gruppi neonazisti per iniziative che si trasformavano in raduni pericolosi. Ora la smetta di usare i mezzi che i cittadini e le cittadine veronesi pagano per fare pubblicità a queste cose. Il Ventennio è finito da un bel po&#8217;». A polemica scoppiata, ecco la (tiepida) opposizione che si fa sentire. Stefania Sartori, consigliera comunale del Pd, ex assessora alle politiche sociali e alle Pari Opportunità con la giunta Zanotto (centrosinistra), giudica «censurabile» l&#8217;uso della comunicazione pubblica per iniziative di parte e promette interrogazioni in consiglio comunale per verificare il motivo per cui Mariotti dispone dell&#8217;indirizzo elettronico del Comune, mentre Crescenzio Piattelli, rabbino della Comunità ebraica scaligera, considera «grave» il fatto che messaggi simili arrivino da una mail istituzionale: «Sono comportamenti da stigmatizzare &#8211; dice &#8211; perché ricordano periodi bui della nostra storia e generano un clima di tensione. Non si deve abbassare la guardia». Dal canto suo Mariotti sminuisce parlando di «ironia e goliardia» e giustifica l&#8217;uso della mail istituzionale con il suo incarico di consulente dell&#8217;assessore Vittorio di Dio (anche lui camerata della Destra sociale e assessore ai Lavori Pubblici e alle Pari Opportunità &#8230;) per la rappresentanza nell&#8217;associazione «Veronesi nel Mondo». A parte la figura (barbina) che ci fanno i Veronesi nel Mondo, non ci si stupisca: nel suo sito Internet, in cui racconta la sua storia politica, Mariotti si gloria di aver attaccato il suo primo manifesto (del Movimento Sociale Italiano) a 12 anni. Insomma, cattivo sangue non mente &#8230;</p>
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		<title>titolo articolo</title>
		<link>http://rassegnastampa.wordpress.com/2009/11/07/titolo-articolo-2/</link>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 21:21:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>neurospora</dc:creator>
				<category><![CDATA[politica italina]]></category>
		<category><![CDATA[bersani]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[visco]]></category>

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		<description><![CDATA[tratto da r.ma su la Repubblica del 18 ottobre 2009
Lui è il padre dell’Irap e lui difende l’Irap. Vincenzo Visco, ministro delle Finanze nell’ultimo governo Prodi, pensa che la priorità sia ridurre le tasse sul lavoro dipendente.

Franceschini come la destra, chiede il taglio dell’Irap.
Cose stravaganti, esternazioni velleitarie. E comunque se qualcuno pensa che ci siano [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rassegnastampa.wordpress.com&blog=376486&post=343&subd=rassegnastampa&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>tratto da r.ma su la Repubblica del 18 ottobre 2009<br />
Lui è il padre dell’Irap e lui difende l’Irap. Vincenzo Visco, ministro delle Finanze nell’ultimo governo Prodi, pensa che la priorità sia ridurre le tasse sul lavoro dipendente.<br />
<span id="more-343"></span><br />
Franceschini come la destra, chiede il taglio dell’Irap.<br />
Cose stravaganti, esternazioni velleitarie. E comunque se qualcuno pensa che ci siano altre strade per recuperare 40 miliardi di gettito,<br />
dica quali sono. Ricordo solo che l’Irap ha assorbito 7 imposte che gravavano sulle imprese e ridotto il costo del lavoro. Per capire bene, basterebbe fare delle simulazioni reintroducendo le vecchie 7 imposte. Poi vadano a chiede l’opinione degli imprenditori. La verità è che, quando c’è un problema, si pensa che l’unica soluzione sia ridurre le tasse.</p>
<p>Perchè forse non andrebbe fatto?<br />
Certo che va fatto e il governo Profii lo fece: l’Irpeg scese dal 4,25 al 3,09 e l’Irap di 5 punti e mezzo. La differenza è che allora si recuperava gettito con la lotta all’evasione. Ora no.</p>
<p>Franceschini dice che il gettito si recupoera abolendo gli incentivi inutili alle imprese. Mi sembra si parli senza sapere dove si voglia andare</p>
<p>L’idea di Franceschini risente del clima elettorale nel Pd? In periodo congressuale si cerca di fare tutto il possibile. Sicuramente è opportiuno ridurre le tasse, ma la priorità è il taglio dell’Irpef che pesa in maniera spropositata sui lavoratori dipedenti.</p>
Posted in politica italina Tagged: bersani, pd, visco <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rassegnastampa.wordpress.com/343/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rassegnastampa.wordpress.com/343/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rassegnastampa.wordpress.com/343/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rassegnastampa.wordpress.com/343/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rassegnastampa.wordpress.com/343/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rassegnastampa.wordpress.com/343/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rassegnastampa.wordpress.com/343/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rassegnastampa.wordpress.com/343/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rassegnastampa.wordpress.com/343/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rassegnastampa.wordpress.com/343/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rassegnastampa.wordpress.com&blog=376486&post=343&subd=rassegnastampa&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Un classico rivoluzionario</title>
		<link>http://rassegnastampa.wordpress.com/2009/11/07/un-classico-rivoluzionario/</link>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 21:09:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>neurospora</dc:creator>
				<category><![CDATA[politica italina]]></category>
		<category><![CDATA[liberazione]]></category>

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		<description><![CDATA[su Liberazione del 30/10/2009
di Alberto Burgio

0. Il titolo si presta a un gioco dialettico, in stile debordiano. Intendiamo che Debord è un rivoluzionario in senso classico? O che è un classico della tradizione rivoluzionaria? Intendiamo entrambe le cose.
1. Del suo essere classicamente rivoluzionario fanno fede due aspetti essenziali della sua posizione: il senso della totalità [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rassegnastampa.wordpress.com&blog=376486&post=342&subd=rassegnastampa&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>su Liberazione del 30/10/2009<br />
di Alberto Burgio</p>
<p><span id="more-342"></span><br />
0. Il titolo si presta a un gioco dialettico, in stile debordiano. Intendiamo che Debord è un rivoluzionario in senso classico? O che è un classico della tradizione rivoluzionaria? Intendiamo entrambe le cose.</p>
<p>1. Del suo essere classicamente rivoluzionario fanno fede due aspetti essenziali della sua posizione: il senso della totalità e l’urgenza dell’efficacia pratica della teoria.</p>
<p>1.1. Per Debord è decisivo intendere che la formazione sociale è un insieme organico, coglierne l’unità, dissimulata dalla frammentazione. Per un verso «la separazione è l’alfa e l’omega dello spettacolo» [Sds, 25], e lo è, in primo luogo, come «separazione generalizzata del lavoratore e del suo prodotto» [Sds, 26]. Per l’altro, «lo spettacolo, compreso nella sua totalità, è nello stesso tempo il risultato e il progetto del modo di produzione esistente» [Sds, 6] che, nel rigenerare la frammentazione, si riproduce e consolida come un insieme unitario: «l’unità irreale che lo spettacolo proclama è la maschera della divisione di classe su cui riposa l’unità reale del modo di produzione capitalistico» [Sds, 72]. Ragion per cui «la separazione fa essa stessa parte dell’unità del mondo», di quella «totalità reale che contiene lo spettacolo» [Sds, 7]. E la «verità» delle particolarità «risiede nel sistema universale» che le contiene, cioè «nel movimento unico – il capitalismo – che ha fatto del pianeta il suo teatro» [Sds, 56]. Ma porsi in quello che Lukács chiama «il punto di vista della totalità» [Scs, p. 35]; recuperare il «carattere unitario della teoria», dissolto dalla sua degenerazione ideologica [Sds, 90]; comprendere che «il vero è l’intero» (l’assunto hegeliano muove la prospettiva analitica debordiana e motiva l’opzione fondamentale per la dialettica, pensiero che «nel movimento dissolve ogni<br />
separazione» [Sds, 75]) – tutto ciò è per Debord decisivo sul piano analitico perché lo è in primo luogo sul piano pratico. La rivoluzione è mutamento sistemico, o non è. Si contrappone alla totalità per coinvolgerla nella dinamica di trasformazione, o nega se stessa. In questo senso Debord definisce il soggetto della trasformazione (il proletariato industriale, generato dal «torto assoluto di essere gettato ai margini della vita») come vettore della «critica totale della separazione» e come «portatore della rivoluzione che non può lasciare nulla all’esterno di se stessa» [Sds, 114].</p>
<p>1.2. L’urgenza dell’efficacia pratica è un tratto che collega immediatamente Debord al giovane Marx critico di Feuerbach. Non c’è vera teoria critica che non sia anche, in se stessa, prassi: «la ricerca della verità critica sullo spettacolo deve essere anche una critica vera» [Sds, 220]. Precisamente questo Debord scrive a chiare lettere, nella sua sfolgorante lingua filosofica, affermando che «il pensiero della storia non può essere salvato che divenendo pensiero pratico» [Sds, 78]. D’altra parte, non c’è prassi senza consapevolezza, senza coscienza teorica adeguata: «il proletariato non può essere esso stesso il potere se non diventando la classe della coscienza» [Sds, 88]. Di qui, un tema cruciale. La domanda: «che cos’è una teoria-prassi?» attraversa come un filo rosso l’intera ricerca debordiana. È un controcanto della incessante critica della separazione; ed è un presupposto della critica a Hegel (maestro ammirato e per questo avversato, quale paradigma della classica attitudine filosofica al sapere puramente contemplativo). Che cosa significa, dunque, realmente l’unità concreta di pensiero e azione? Che cos’è un pensiero efficace, operante? E che cosa un’azione (una partecipazione) consapevole?</p>
<p>Debord non lascia la presa: queste domande gli appaiono decisive, costitutive di quell’unica forma di lavoro teorico che gli sembra a sua volta ricca di senso. Risponde, come sappiamo, elaborando, sin dagli anni dell’esperienza lettrista, la teoria della «costruzione di situazioni sconvolgenti» [Manif construct sit, O, p. ]. Alla base, è l’analisi, nel solco di Lukács e dello stesso Hegel, della struttura e della potenza (virtuale) della soggettività rivoluzionaria. La soggettività si costituisce sulla base della coscienza storica (in forza della decifrazione dei caratteri del tempo, della configurazione della società, della logica dei processi reali). E si esprime – vive in quanto soggettività trasformatrice – realizzando ciò di cui è divenuta cosciente: «la rivoluzione proletaria è interamente sospesa a questa necessità: che, per la prima volta, è la teoria in quanto intelligenza della pratica umana a dover essere riconosciuta e vissuta dalle masse» [Sds, 123]. Quanto ai suoi effetti concreti, la rivoluzione è a sua volta realizzazione immediata della vita cosciente. «Il progetto di Marx è quello di una storia cosciente» [Sds, 80]: nella lingua di Debord, è conquista della storicità, fondazione della vita storica nel segno della piena autonomia del corpo sociale.</p>
<p>Il problema all’ordine del giorno è dunque il deficit di coscienza del soggetto, il fatto che il proletariato sia «soggettivamente» («per sé») «ancora lontano dalla sua coscienza pratica di classe» [Sds, 114]. La centralità della coscienza mobilitata nella prassi – la sua funzione fondativa e la sua potenza trasformativa – emerge anche dalla denuncia delle conseguenze nefaste dell’assenza di coscienza e della sua corruzione. Di qui la serrata critica della passività, dell’inerzia, della «catatonia» [Sds, 218] della coscienza spettatrice. E la rilevanza del tema – classico già nella tradizione razionalistica e illuminista, a cui Debord appartiene – della critica dell’ideologia e della falsa coscienza. «Lo spettacolo è l’ideologia per<br />
eccellenza» [Sds, 215], auto-rappresentazione di una realtà generatrice di falsa coscienza: è la «falsa coscienza del tempo» [Sds, 158], di cui la cultura ufficiale, «pensiero dello spettacolo», è a sua volta «scienza generale» [Sds, 194].</p>
<p>2. L’evocazione spontanea, non forzata, di alcune grandi figure della tradizione rivoluzionaria – del comunismo teorico otto e novecentesco, da Marx a Lukács; e della filosofia classica tedesca, da Hegel a Feuerbach – attesta di per sé l’appartenenza di Debord a questa tradizione. Ma questo è scontato. Dove altrimenti situarlo? La questione è un’altra: come valutarlo? come giudicare il suo contributo? Definirlo un classico della tradizione rivoluzionaria – come il nostro titolo suggerisce – suona ancor oggi provocatorio. Il suo è un pensiero privo dell’imprimatur dell’accademia. Non ha l’”onore” di una pur fugace citazione nei manuali di storia della filosofia ad uso universitario. È fuori dai codici e dai canoni. Debord – «docteur en rien» [Pan, O, p. 1662] – non si sarebbe meravigliato né dispiaciuto di questa indifferenza. Possiamo immaginare come commenterebbe la propria esclusione dal pantheon della filosofia ufficiale. Annovererebbe quella manualistica tra gli strumenti della musealizzazione di una cultura ridotta a un cumulo di «conoscenze frammentarie» e inerti. Ribadirebbe il fine apologetico della cultura ufficiale, intenta a fabbricare giustificazioni per una «società senza giustificazione» [Sds, 194]. Irriderebbe all’autonomia disciplinare della filosofia, cifra della sua irrazionale separatezza e della sua colpevole inefficacia. Scorgerebbe nella propria esclusione la conferma della portata sovversiva della sua critica, intollerabile perché irriducibile. Si compiacerebbe, infine, di non essere costretto a convivere post mortem con quella<br />
intellettualità che in vita ricoprì di mirabili insulti e di incommensurabile disprezzo (come lo Chateaubriand che pone a epigrafe della Réfutation del ’75: «Il y a des temps où l’on ne doit dépenser le mépris qu’avec économie, à cause du gran nombre de nécessiteux» [O, 1292]; come lo Chateaubriand che egli imita da par suo nella Société: «ciò che tutti gli intellettuali di questo secolo rispettano dà la misura esatta della loro realtà disprezzabile » [Sds, 112]).</p>
<p>Anche noi tendiamo a ricondurre l’ostracismo di Debord dal canone della storiografia filosofica alla rigidità dei guardiani della disciplina e della sua specificità. Da questa malriposta intransigenza discende la renitenza a riconoscere il valore teorico di un’opera che si costituisce fuori dalle istituzioni della cultura ufficiale e contro di esse, e in forme diverse e spesso opposte a quelle consacrate dalla tradizione. È un ostracismo caratteristico delle fasi di crisi, quando espressioni declinanti detengono ancora un potere di interdizione e se ne avvalgono per lasciare fuori dal Tempio voci assai più vive ed efficaci. Si tratta di un fenomeno ricorrente. Capitò così – per richiamare autori non per caso cari a Debord – alla generazione filosofica degli allievi di Hegel tra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, quando l’università tedesca dichiarò «irregolari» alcune delle figure più interessanti e originali della scienza filosofica e le clandestinizzò, illudendosi di neutralizzarle. Ma, oltre a ciò, la radicale compromissione con l’estremismo rivoluzionario al tempo delle lotte di classe in Francia nel secolo scorso ha certo un peso decisivo in questa damnatio memoriæ. Che non per caso impedisce di cogliere il valore di una delle più lucide e potenti critiche filosofiche del capitalismo maturo.</p>
<p>3. Quella di Debord è una delle più intelligenti letture di Marx lasciate in eredità dal secondo Novecento, tra la più originali e creative. Libera da ogni angustia scolastica, appare sorretta da un potente intuito teorico riguardo alla lezione marxiana, e da una straordinaria sensibilità nei confronti dei reali processi di trasformazione. Nel merito: Debord comprende meglio di chiunque altro negli anni Sessanta come si sia via via trasformata la dittatura della forma-valore. Comprende e analizza in profondità il nuovo totalitarismo della merce, che garantisce e consolida la negazione della vita nelle nostre società. In questa analisi rigorosa si mostra il suo marxismo autentico e conseguente: originale ma scevro da qualsiasi eclettismo.</p>
<p>Il capitale e la catena del valore si sono a tal punto sviluppati da avere pressoché sussunto la totalità. La merce è quasi del tutto padrona della totalità sociale (dell’universo dei discorsi e delle idee, non meno che del complesso delle attività riproduttive). La società quindi si riproduce come merce. Il capitale funzionalizza al fine supremo della propria riproduzione allargata pressoché ogni attività e ogni individualità, ogni rappresentazione e ogni frammento del tempo. «Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale», sicché «non solo il rapporto con la merce è visibile, ma non si vede più che quello: il mondo che si vede è il suo mondo» [Sds, 42], «è il mondo della merce dominante su tutto ciò che è vissuto» [Sds, 37]. Nella società dello spettacolo «la merce contempla se stessa in un mondo da essa creato» [Sds, 53].</p>
<p>Debord si domanda come vi riesca in assenza di dispositivi di coercizione conclamata. Come si realizza la dittatura del valore nello spettacolare diffuso e poi nello spettacolare integrato? Le risposte di Debord a questi interrogativi cruciali lo conducono a intuizioni fondamentali sulla questione per noi decisiva, non più eludibile, della democrazia, del suo svuotamento, del suo tendenziale rovesciamento – in quanto «democrazia spettacolare» – in una struttura dispotica e totalitaria. La Società dello spettacolo e i Commentari costituiscono strumenti preziosi – ancora lungi dall’essere messi pienamente a valore – per un’analisi critica del consenso democratico nell’epoca del capitalismo maturo, e della capacità della merce di produrre bisogni compatibili e forme dell’esistenza funzionali alla riproduzione capitalistica: forme liberate dalla povertà materiale ma sprofondate nell’indigenza morale e nell’espropriazione del senso.</p>
<p>4. Si dà qui un paradosso che registriamo senza alcun compiacimento. Tocca in sorte a Debord – proprio in forza della verità della sua critica – ciò che Debord avrebbe esecrato: di «società dello spettacolo» si discorre ormai come di un’evidenza. Ma proprio per questo non si intende il significato del concetto, si perde di vista il radicamento materialistico della critica (appunto il nesso tra spettacolo e forma-merce) e si precipita il tema critico dello spettacolo (equiparato riduttivamente al terreno «mediale») nella implacabile centrifuga della chiacchiera spettacolare. Forse la nozione di spettacolo in un’epoca dominata dalla pseudo-comunicazione televisiva e segnata dall’esplosione della rete informatica si presta a una lettura semplicistica. Tanto più che ai nostri giorni si legge poco, si riflette ancor meno, e ci si è opportunisticamente congedati dalle grandi fonti della critica debordiana, a cominciare dall’analisi marxiana del feticismo della merce. Non fosse così, si terrebbe a mente l’insistenza di Marx, sin dalle prime righe del Capitale, sulla dimensione spettacolare della merce, protagonista del rapporto sociale capitalistico. Nella società capitalistica – avverte Marx – la ricchezza «si presenta» come massa di merci, e ogni singola merce «si presenta» come forma elementare della merce stessa: erscheint [K, Mew 23, p. 49], appare, come sulla scena di un teatro. A sua volta, la forma-merce, di cui la singola merce è rappresentante, funziona come uno specchio (uno specchio ingannevole e reificante) in virtù del fatto che in questa società la relazione sociale è mediata dallo scambio capitalistico, entro il quale soltanto «appaiono», si danno a vedere (erscheinen [K, Mew 23, p. 87]) i connotati sociali del lavoro individuale. L’oblio che nella nostra epoca avvolge il pensiero critico favorisce i fraintendimenti. Eppure Debord è chiarissimo nel riprendere lo schema analitico del Capitale (al quale rimanda in modo esplicito [cfr. Sds, 24, 36 e 67]). È chiarissimo nell’insistere sulla radice strutturale dello spettacolo, saldamente collocata «nel terreno dell’economia divenuta abbondante» [Sds, 58]. «La “nuova potenza del reciproco inganno”» che si è «concentrata» nello spettacolo «ha la sua base nella produzione» capitalistica della merce, che Debord definisce citando (nella tesi 215 della Società dello spettacolo) il Marx dei Manoscritti del ’44. Di per sé, lo spettacolo è «l’equivalente generale astratto di tutte le merci» [Sds, 49], in quanto duplica la funzione del denaro esasperando, al tempo stesso, le dinamiche di esclusione sociale a danno di quanti possono soltanto contemplare ma non agire né fruire dell’utilità concreta. In una battuta, lo spettacolo «non è che l’economia sviluppatesi per se stessa» [Sds, 16], «è il capitale a un tale grado di accumulazione da divenire immagine» [Sds, 34].</p>
<p>Insomma: la società non è «spettacolare» per l’abnorme sviluppo del cosiddetto «mediale», ma per il compiersi della dittatura della merce e per il pieno dispiegarsi della sua potenza feticistica. Il paradosso (che Debord aveva presagito) sta nel fatto che le letture banalizzanti della degenerazione spettacolare prendono piede nel momento in cui il potere feticistico della merce è pienamente squadernato: esploso con ben altra potenza rispetto agli anni Ottanta. Ne è misura l’eclisse della storia, oggi totale, proclamata apertis verbis una ventina di anni fa al fine di confinare nell’assurdo qualsiasi volontà trasformatrice. E ne è altresì misura sconvolgente la soddisfazione melanconica e depressiva delle nostre società passivizzate e privatizzate, incapaci di scuotersi di dosso il giogo della videocrazia e succubi di pseudo-godimenti permessi perché imposti dalla merce.</p>
<p>5. Debord, pur consapevole della potenza pervasiva della merce e della forma-valore, resta nondimeno sino in fondo un rivoluzionario e un dialettico. Non rinuncia, non si rassegna, non diserta – e anche questo è un tratto classico, estraneo alle miserie del nostro tempo. È vero, tra il ’67 e gli anni Ottanta e Novanta cambiano i toni. I Commentari registrano una netta regressione del quadro sociale e politico rispetto ai sulfurei anni Sessanta. Lo spettacolo si è espanso e consolidato, è molto più potente in estensione (su tutto il pianeta) e in intensione (sulla quasi totalità dei comportamenti e degli oggetti). È la nuova forma della realtà stessa. «Il divenire-mondo della falsificazione» è oggi compiutamente un «divenire-falsificazione del mondo» [Comm, O, p. 1598]. L’oggettività è scomparsa, insieme alla logica e all’opinione pubblica. La realtà mostra un volto ancora più cupo e truce. «La società moderna, che, sino al 1968, passava di successo in successo e si era persuasa di essere amata, ha dovuto rinunciare da allora a questi sogni; essa preferisce essere temuta. Sa bene che “la sua aria di innocenza non tornerà più”» [Comm, O, p. 1642]. Il potere costituito non mira dunque più a sedurre, si accontenta di dominare. Mette in atto dispositivi repressivi e manipolativi (uno per tutti: il terrorismo) volti a impedire la critica o a depistarla. Appare nondimeno tuttora vero a Debord, irriducibile dialettico, quanto egli osservava nel lontano 1966, nella Véritable scission: «Nell’alienazione della vita quotidiana, le possibilità di passione e di gioco sono ancora ben reali, e mi sembra che l’I.S. commetterebbe un grave controsenso ove lasciasse intendere che la vita sia totalmente reificata, all’infuori dell’attività situazionista» [O, p. 1167]. La totalità del dominio non è mai perfetta. Il lavoro del negativo non si arresta. Il lato cattivo della realtà rimane all’opera. La realtà spettacolare resta comunque fragile, esposta al mutamento e persino al possibile ritorno della storia «dopo questa eclisse» (così nella tesi XXVII dei Commentaires), «il che dipende da fattori ancora in conflitto e dunque da un esito che nessuno potrebbe escludere con certezza» [O, p. 1636]. Ancora nel ’92 Debord puntualizza la persistenza di possibili evoluzioni positive, ribadendo che, a dispetto di innegabili regressi, le «condizioni generali del lungo periodo storico» sono ancora quelle degli anni Sessanta. E che non solo rimane irrisolta, ma si fa «ovunque» sempre più pressante «la stessa temibile domanda che da secoli incombe sul mondo: come fare lavorare i poveri, là dove l’illusione ha tradito e la forza è stata sconfitta?» [Avertiss, O, pp. 1792 e 1794].</p>
<p>In definitiva, proprio nella fase del trionfo dello spettacolo e in virtù di questo trionfo, la situazione è aperta e «condizioni non sono mai state ovunque altrettanto gravemente rivoluzionarie» [Comm, O, p. 1643], il che obbliga i governi a una guerra preventiva contro la minaccia della negazione. Il potere capitalistico può dispiegare un’enorme capacità distruttiva, ma non può sradicare la fonte della negazione, il germe della soggettività. Resta il «sogno di una cosa», per dirla con Marx; resta la necessaria aspirazione alla libertà, per ricordare Rousseau e Kant; resta insopprimibile il desiderio di vivere storicamente. E per questo è tanto più grave la responsabilità dell’intellettualità e della politica che questo potenziale lasciano inerte o, peggio, cercano di neutralizzare, scegliendo la complicità con lo spettacolo, piuttosto che l’attività libera e liberatoria della critica e della lotta per la trasformazione.</p>
<p>L’ultima tesi dei Commentaires è un testo criptico, che lascia a ciascun lettore l’onere di completarlo e di attribuirgli un senso esplicito e compiuto. Dietro la maschera di una lunga citazione (dal Nouveau Dictionnaire des Synonymes français di Antoine Léandre Sardou), Debord sembra trarre un bilancio fallimentare del proprio lavoro teorico. Si direbbe voler dire che ha lavorato «en vain» (senza raggiungere lo scopo che si prefiggeva, senza produrre gli effetti che si augurava) e che ha lavorato «vainement» (senza successo, perdendo tempo e fatica; e senza ottenere la meritata ricompensa). A noi sembra piuttosto un bilancio giustamente severo: non tanto sul proprio conto (dopo tutto, la Société du spectacle ha cambiato l’ordine del discorso anche di chi non ne ha letto nemmeno una pagina e ne ignora persino l’esistenza), quanto per ciò che riguarda noi: la nostra disattenzione, o forse l’inadeguatezza di noi destinatari degli scritti di Debord, hanno fatto sì che sia stato sinora sprecato e lasciato inerte il tesoro di intelligenza critica in essi racchiuso.</p>
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		<title>Casa Pound a Bergamo Le vecchie conoscenze di sempre</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 21:07:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>neurospora</dc:creator>
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su Osservatorio democratico
del 27/10/2009

L&#8217;appuntamento lanciato da Casa Pound Italia di Bergamo per venerdì 30 ottobre presso la biblioteca comunale Caversazzi, alla presenza del noto intellettuale d&#8217;area Gabriele Adinolfi, rappresenta un deciso salto di qualità per la destra radicale locale, non solo in relazione agli ospiti invitati a presenziare all&#8217;iniziativa, ma anche e soprattutto [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rassegnastampa.wordpress.com&blog=376486&post=341&subd=rassegnastampa&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>di Vincenzo Magni<br />
su Osservatorio democratico<br />
del 27/10/2009</p>
<p><span id="more-341"></span></p>
<p>L&#8217;appuntamento lanciato da Casa Pound Italia di Bergamo per venerdì 30 ottobre presso la biblioteca comunale Caversazzi, alla presenza del noto intellettuale d&#8217;area Gabriele Adinolfi, rappresenta un deciso salto di qualità per la destra radicale locale, non solo in relazione agli ospiti invitati a presenziare all&#8217;iniziativa, ma anche e soprattutto per il luogo simbolico scelto: uno spazio pubblico del Comune in pieno centro, già sede dell&#8217;Istituto Storico della Resistenza. Scorrendo la lista delle realtà aderenti si ha poi la netta impressione che l&#8217;appuntamento suggelli una preoccupante ricomposizione d&#8217;area e per questo merita un approfondimento, a cominciare da qualche cenno storico sulla figura di primissimo piano del relatore<br />
dell&#8217;iniziativa. Gabriele Adinolfi figura oggi come intellettuale di riferimento dell&#8217;area cresciuta attorno a Casa Pound, sigla guidata da Gianluca Iannone che raccoglie il circuito delle occupazioni non conformi (i cosiddetti centri sociali di destra), salita agli onori della cronaca lo scorso anno per gli scontri di piazza Navona a Roma, quando un gruppo di una ventina di militanti dell&#8217;organizzazione, con caschi e bastoni, aggrediva la manifestazione studentesca contro la riforma della pubblica istruzione. Negli anni &#8216;70 Adinolfi, insieme a Roberto Fiore, l&#8217;attuale leader di Forza Nuova, era alla guida di Terza Posizione, organizzazione della destra radicale aggregatasi nella capitale e votata a una strategia di programmata ricerca dello scontro con la sinistra. A questo proposito nelle memorie redatte da Fiore e Adinolfi si legge: «Alla conquista delle zone rosse poco più di un centinaio di militanti romani [...] diventano l&#8217;incubo dei partiti, dei collettivi (così si chiamavano allora i coordinamenti dell&#8217;estrema sinistra), delle diverse organizzazioni comuniste. A permettere quell&#8217;impatto formidabile sono la disciplina e la preparazione dei giovanissimi militanti [...]. Politicamente si prendono a esempio i Cuib di Codreanu [il modello organizzativo della Guardia di Ferro, formazione operante in Romania nella prima metà del '900 e affermatasi in senso violentemente antisemita, nda] e i modelli forniti da “La conquista di Berlino di Goebbels». Terza Posizione affiancherà alla strutture visibili un livello clandestino, il cosiddetto Nucleo Operativo, a cui fu demandato il compito di procacciare armi e denaro (attraverso furti e rapine) e il cui arsenale fu smantellato nel dicembre del 1979, quando alcuni militanti furono sorpresi dalle forze dell&#8217;ordine mentre scaricavano una cassa di bombe a mano (nel covo saranno rinvenuti anche divise dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, 15 fucili automatici, venti chili di esplosivo e documenti d&#8217;identità rubati). Successivamente il Nucleo Operativo andrà sempre più confondendosi con i Nuclei Armati Rivoluzionari (l&#8217;organizzazione a cui viene addebitata anche la terribile strage della stazione di Bologna) e diversi suoi esponenti finiranno per aderire a quest&#8217;ultima sigla (uno di loro, Giorgio Vale, sarà responsabile di diversi omicidi di agenti delle forze dell&#8217;ordine). Adinolfi e Fiore, nel frattempo riparati in Inghilterra, saranno condannati nel 1987 dalla Prima Sezione Penale della Cassazione a 5 anni e 6 mesi per associazione sovversiva e banda armata. Non è la prima volta che Adinolfi si presenta a Bergamo. Stando a quanto riportato sul suo stesso sito web, già il 5 novembre del 2004 l&#8217;ex leader di Terza Posizione aveva tenuto un incontro seminario, con la presentazione del suo corso di formazione quadri “Polaris”, presso il pub “La Galera” di Ciserano, luogo di ritrovo abituale del gruppo Skinheads Berghèm. Il gruppo di naziskins raccolti sotto questa sigla salirà tristemente agli onori della cronaca per una serie di gravissimi episodi di aggressione perpetrati tra Bergamo e Milano ai danni di militanti e simpatizzanti della sinistra (con una dozzina di accoltellamenti accertati), proprio nel periodo tra il 2004 e il 2005, e sarà al centro di un inchiesta della Magistratura di Milano che, nell&#8217;estate del 2005, condurrà anche all&#8217;arresto di alcuni esponenti di Skinheads Berghèm. Secondo i riscontri degli inquirenti il gruppo gravitava attorno all&#8217;area della Skinhouse di Milano, una sorta di centro sociale della destra radicale, punto di rifermento nel nord Italia del network nazista Blood and Honour e di cui il progetto “Cuore Nero” (referente milanese di Casa Pound) è oggi diretta emanazione. In un breve documento video diffuso alcuni anni a dietro dal centro sociale Pacì Paciana in risposta ad una serie di episodi di squadrismo registrati in provincia, sono raccolte alcune sequenze relative al gazebo elettorale allestito da Forza Nuova sabato 17 aprile 2004 a Bergamo, dove si riconoscono alcuni appartenenti a Skinheads Berghèm (tra cui uno degli arrestati dell&#8217;estate 2005), insieme ad altri personaggi di primo piano della destra radicale bergamasca. In particolare insieme al gruppo di naziskins compare Paolo Albani, relatore insieme ad Adinolfi dell&#8217;incontro del 5 novembre 2004 presso La Galera e attuale responsabile di “Altro Stile”, e Alessandro Vailati, all&#8217;epoca dirigente di Forza Nuova, divenuto in seguito federale provinciale di Fiamma Tricolore (nel corso della breve stagione in cui il partito fu referente del circuito naziskins) e animatore della sezione bergamasca di Radio Bandiera Nera (la radio web di Casa Pound). Il fatto che sia l&#8217;associazione Altro Stile che Radio Bandiera Nera abbiano dato la loro adesione all&#8217;incontro fissato per venerdì 30 ottobre presso la biblioteca Caversazzi di Bergamo segnala la concretezza e la sostanza della ricomposizione in corso. Immancabile a questo punto la presenza dei naziskins, confermata dalla comparsa tra le adesioni anche di “Skinheads Bergamo” (sigla a cui fanno riferimento anche alcuni naziskins della Bassa bergamasca già aderenti a Skinheads Berghèm) e il Comitato Onoranze Caduti di Rovetta, un esperimento trasversale a tutte le diverse sigle della destra radicale locale (costruito sulla vicenda dei volontari della divisione repubblichina “Tagliamento”, fucilati nel 1945 a Rovetta) animato dal nucleo di naziskins della Valle Seriana e che ogni anno porta nella località montana alcune centinaia di fascisti provenienti da tutta la provincia. Corsi e ricorsi storici, verrebbe da dire. La sigla Casa Pound per Bergamo appare relativamente nuova, ma i suoi animatori restano le vecchie conoscenze di sempre. Il riaffermarsi sulla scena locale di quest&#8217;ambiente comincia a diventare un motivo ciclico e quasi inevitabile e, visti gli esiti delle precedenti puntate, non può che destare preoccupazione. L&#8217;impressione insomma è quella di trovarsi di fronte a un film già visto; un film di cui Bergamo farebbe volentieri a meno.</p>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 07:18:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La sentenza della corte europea ha sollevato il solito putiferio destinato a passare in poche ore. eccovi i migliori commenti


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