rassegna stampa per la sinistra

conoscere per trasformare

il liberismo è duro a morire

intervista di M. Bonaccorsi ad Alberto Burgio

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elezioni tedesche

Linke Linke delle mie brame … chi è il più imbroglione del reame?

tratto dal blog di ramon mantovani pubblicato 1 Settembre, 2009

Direi che l’ottima affermazione della Linke nei tre
Lander tedeschi si commenta da sola. Soprattutto il balzo dal 2,3 al 19,7 nella Saar, che è un Lander della Germania Ovest ma è anche la casa di Oscar Lafontaine, perché, per esempio, in Sassonia la Linke perde il 3 % dei voti attestandosi su un pur lusinghiero 21 %. Il dato significativo, oltre alla affermazione della Linke, è il crollo della CDU e della SPD, e cioè dei due partiti al governo nella Grande coalizione. Ma non mi propongo, qui, di commentare oltre questo risultato che, ripeto, secondo me si commenta da solo.
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«Io, ebreo israeliano e contro l’apartheid»

«Io, ebreo israeliano e contro l’apartheid»

di Michele Giorgio

su il manifesto del 18/08/2009

«Sono un palestinese di stirpe ebraica, antisionista, cittadino dello stato di apartheid di Israele nonchè della Gran Bretagna». Mette subito le cose in chiaro il professor Uri Davis, docente di
filosofia all’università palestinese al Quds, eletto la scorsa settimana al Consiglio rivoluzionario di Fatah, l’organo legislativo del movimento guidato dal presidente dell’Anp Abu Mazen.
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Africani carne da macello Chi piange per il Congo?

Le stragi in Rdc e l’indifferenza della comunità internazionale

Congo, patto con il Ruanda per stroncare i ribelli
Ma a pagare con il sangue sono soltanto i civili

Francesca Marretta
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Due ore all’inferno

di Luisa Morgantini *
Due ore all’inferno
Poco più di due ore ma sono bastate per vedere la distruzione e la desolazione della gente di Gaza. Con 8 parlamentari europei e un senatore del Pd, siamo stati gli unici rappresentanti politici ad essere entrati nella Striscia da quando è iniziato l’attacco israeliano.
Siamo entrati attraverso il valico di Rafah grazie alla indispensabile collaborazione dell’Unrwa e delle autorità egiziane e forzando la volontà di quelle israeliane che hanno respinto la nostra richiesta. Colpi di cannone e bombe sono cadute vicino la sede dell’Onu in cui ci trovavamo, malgrado ci fosse una tregua di tre ore. Non rispettata.
Così come la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, respinto da Israele e da Hamas.
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Quello che gli attacchi israeliani nascondono

È abbastanza scissione

di Micaela Bongi

su Il Manifesto del 09/01/2009

Il travaglio di Rifondazione comunista. I vendoliani escono: lo annuncia Giordano. Oggi vertice fra Bertinotti e Ferrero per ottenere in extremis un cartello alle europee. Ma il segretario chiude
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Finiamola con il liberismo e le «socialdemocrazie reali»

BERLINO
Finiamola con il liberismo e le «socialdemocrazie reali»
Sinistre d’Europa unite o quasi. Il programma comune per il 2009
Guido Ambrosino
BERLINO

tratto da il manifesto 30/11/2008

La
sinistra europea, unione di partiti socialisti e comunisti nonché della
sinistra verde del Nordeuropa, ha presentato ieri non solo un simbolo,
ma per la prima volta anche un programma comune per le elezioni del
prossimo anno: un documento di radicale opposizione ai dogmi liberisti
che hanno dominato negli ultimi decenni le politiche dell’Unione
(europea). Nel mezzo di una «crisi di sistema», propone di uscirne a
sinistra, con misure di redistribuzione del reddito verso il basso e di
stabilizzazione del lavoro precario. E in politica estera annuncia
battaglia contro la militarizzazione del continente all’ombra della
Nato.
Per la conferenza che ha discusso il programma non si poteva
trovare luogo più adatto: il cinema Babylon – tanto per alludere alla
varietà di culture politiche della sinistra europea – sulla via Rosa
Luxemburg, all’angolo con la piazza intestata anch’essa alla
rivoluzionaria tedesca. Vi si affacciano il teatro Volksbühne, che
guarda caso ha in cartellone Brecht, e la Karl-Liebknecht-Haus, già
sede del partito comunista negli anni di Weimar e ora sede della Linke.
Camminando su questa piazza si possono leggere citazioni della
Luxemburg, incise su nastri di metallo disposti di traverso sui
marciapiedi e sul selciato. Questa piazza rimanda immediatamente alla
storia della sinistra europea e alle sue tragedie: altre «crisi di
sistema», sconfitta l’opzione socialista, sono già finite nella
barbarie della guerra o nel fascismo.
Se ne sente un’eco nella
piattaforma programmatica presentata ieri: «L’Europa è a un bivio. O
prosegue la sua politica capitalista, approfondendo la sua crisi
finanziaria, economica e energetica. O si trasforma in uno spazio di
sviluppo compatibile e di giustizia sociale, di pace e cooperazione, di
parità tra donne e uomini, di partecipazione democratica».
La
sinistra europea chiede «il controllo statale e sociale del sistema
bancario e finanziario». Vuole che al patto di stabilità, che ora
impone alla banca europea di combattere solo l’inflazione per non
compromettere il valore dell’euro, si sostituisca «un patto per la
crescita, la piena occupazione la sicurezza sociale e la tutela
dell’ambiente». Rivendica la «risocializzazione dei beni comuni» e di
settori economici, sociali, culturali di valore fondamentale:
istruzione, assistenza ai bambini e agli anziani, salute, acqua,
energia, trasporti, posta.
Il documento parla al movimento italiano
nelle scuole e nelle università, spiegando che «bisogna invertire la
direzione di marcia del processo di Bologna, ovvero la subordinazione
di scuola, università e ricerca agli interessi dell’economia privata e
del mercato», perché «l’istruzione è un diritto umano».
E insiste
sulla smilitarizzazione della politica estera. Giudica «necessario» il
ritiro della Nato e delle coalizioni a guida Usa dall’Iraq e
dall’Afghanistan. Chiede lo scioglimento della Nato e la chiusura delle
basi Usa in Europa. Ovvia la contrarietà a nuovi sistemi antimissile»
in Polonia e nella Repubblica ceca, come alla costruzione di nuove basi
a Vicenza in Italia, in Bulgaria e in Romania.
Dal palco del
Babylon per Rifondazione comunista parla Paolo Ferrero, partendo dalla
cronaca di questi giorni: l’esplosione di violenza e di terrore in
India, cui non si può rispondere se non smilitarizzando i conflitti. Ma
anche l’assalto della folla alle merci in svendita di un grande
magazzino non lontano da New York, costato la vita a un commesso
travolto: «Guai se passasse l’idea che di fronte alla crisi ognuno deve
salvarsi da sé. C’è il rischio di una guerra tra poveri, che
trascinerebbe con sé razzismo e fascismo. Il vero conflitto è
verticale, tra basso e alto, per la ridistribuzione dei redditi, la
stabilizzazione del lavoro, per la riconversione ecologica».
Il
programma di Berlino, polemico nei confronti delle «socialdemocrazie
reali» considerate parte del complotto liberista e non della soluzione,
piacerà in Italia anche al Pdci, associato come osservatore alla
sinistra europea, e forse anche al Partito comunista dei lavoratori e a
Sinistra critica. Si potrebbe fare una lista anche con loro? «Si
potrebbe – spiega un delegato italiano – ma con il rischio di una
scissione con Vendola, con tanti saluti per l’unità a sinistra».
Finezze di casa nostra, valle a spiegare a un berlinese

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Obama, Wall Street in squadra

il manifesto 23 /11/2008

STATI UNITI
Obama, Wall Street in squadra
Si compone il puzzle del governo: Geithner al tesoro, gli esteri alla Clinton
Le scelte per rassicurare i mercati e ricompattare i democratici
Marco d’Eramo
INVIATO A NEW YORK
Riuscirà Barack Obama a mantenere la sua promessa di cambiamento con un gabinetto composto da ministri tutti di centrodestra e in gran parte provenienti dal più consumato establishment politico washingtoniano? Oppure Obama ha adottato il «modello del violino», secondo la felice definizione di un ex collaboratore di Clinton citato dal New York Times: «tenere saldo il potere con la sinistra e suonare la musica con la destra»?
Ecco le domande che tutti si pongono dopo che la senatrice dello stato di New York, Hillary Rodham Clinton, ha reso noto che accetterà la nomina a segretaria di Stato (cioè ministra degli Esteri) e soprattutto dopo la scelta del Governatore della Federal Reserve di New York, Timothy Geithner, a nuovo ministro del Tesoro. Venerdì infatti, appena trapelato il nome di Geithner, alla Borsa di Wall Street l’indice Dow Jones ha registrato in meno di un’ora uno spettacolare rialzo di più di 600 punti che ha portato a i chiusura a un guadagno record di più del 6%, con il parterre che brindava alla nomina di «uno dei nostri».
Geithner ha scalzato il candidato fino a giovedì dato per favorito (ma non da tutti), l’ex ministro del Tesoro sotto Bill Clinton, Larry Summers, che sarà consolato con il posto Senior Economic Advisor (primo consigliere economico) del presidente. A differenza di Summers, di Robert Rubin e dell’attuale ministro del Tesoro Henry Paulson, Geithner non proviene da una banca privata, ma è sempre stato un tecnocrate. Non si è mai sbilanciato per nessuno dei due partiti, ma ha lavorato per ambedue: il suo primo incarico nel 1985-88 fu nel gabinetto privato di consulenza dell’ex segretario di Stato repubblicano Henry Kissinger; è stato poi stretto collaboratore di Rubin e di Summers sotto Clinton quando – grazie alla sua conoscenza di Cina e Giappone – ha contribuito alla gestione della crisi asiatica del 1997-99.
Nel 2003 è stato nominato alla Federal Reserve di New York, una delle dodici Federal Reserves azioniste della banca centrale: ma oggi quella di New York controlla le altre 11 ed è di proprietà di banche private americane (Goldman Sachs, Chase Manhattan, e – prima del fallimento – Lehman Brothers, tutte di New York) e straniere (le Rotschild di Londra e Berlino, le Warbug di Amburgo e Amsterdam, Lazard Frères di Parigi): azioniste della Federal Reserve di New York sono quindi le stesse banche che la Federal Reserve dovrebbe controllare.
Quest’anno Geithner è stato uno dei maggiori responsabili del modo in cui l’amministrazione Bush e il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, hanno gestito la crisi. Così Geithner è corresponsabile dei molti errori compiuti finora e dei dubbi con cui sono stati finora dilapidati 290 miliardi di dollari per il salvataggio finanziario. Questa scelta mostra che per Obama la vera priorità è rassicurare e stabilizzare i mercati finanziari, anche a prezzo di una sostanziale continuità rispetto alla gestione Paulson. Per questo ieri ha cercato di controbilanciare a sinistra il messaggio lanciato con Geithner ribadendo la sua volontà di creare 2,5 milioni di nuovi posti di lavoro in infrastrutture ed investimenti ecologici. La scelta della Clinton risponde invece all’esigenza di ricompattare un partito democratico che Hillary Clinton, è in grado di spaccare quando e come vuole: non coinvolgerla nella nuova amministrazione ne farebbe una perpetua spada di Damocle sulla testa di Obama e ne paralizzerebbe l’azione.
D’altro canto, Hillary stessa sa che per lei è svanita ogni possibilità di candidarsi alla presidenza: nell’ipotesi di una rielezione di Obama nel 2012, il 2016 per lei sarebbe troppo tardi, a quasi 70 anni. Ha invece ancora una possibilità di diventare vicepresidente nel 2012, se si gioca bene le carte. Comunque di avere un’influenza in questi quattro anni. Ma, come ha dimostrato la difficile trattativa di questa settimana, con estenuanti tira e molla tra i due staff e almeno una seconda telefonata personale con Obama, non tutto era semplice: in primo luogo Hillary voleva essere rassicurata che questa candidatura non era un modo per semplicemente sputtanare il marito Bill, rendendo pubblici i donatori stranieri della sua Fondazione, e poi gettare lei alle ortiche; in secondo luogo voleva premunirsi contro la sindrome Colin Powell: un segretario di Stato di prestigio scelta come ma neutralizzato e paralizzato da un vicepresidente potentissimo (Dick Cheney) e da una consigliera per la Sicurezza nazionale (Condoleeza Rice) assai ascoltata dal presidente Bush. Qui Hillary sarebbe imbrigliata da un vicepresidente, Joe Biden, imbarcato da Obama proprio come esperto di politica estera, e da un consigliere per la Sicurezza nazionale come l’ex comandante dei marines ed ex comandante in capo della Nato, il generale Larry Jones (non proprio una colomba), che è un peso da novanta in grado di cancellare la Clinton.
Inoltre Hillary voleva essere rassicurata anche su un altro «rischio Colin Powell»: costui era stato infatti imbrigliato al Dipartimento da vicesegretari neoconservatori e falchi, come John Bolton, poi ambasciatore all’Onu. Quindi Hillary chiede di non essere messa sotto tutela da mastini obamiani. Ma nello stesso tempo non vuole che si crei una situazione di guerra in trincea con tutti i clintoniani al dipartimento di Stato e tutti gli obamiani alla Sicurezza nazionale. Quale che sia l’equilibrio dei poteri tra i vari ministeri, la nomina della Clinton non va «a sinistra»: durante le primarie Hillary era stata infatti più di sinistra sui temi di politica interna e sociale, e più falco sui temi di politica estera. Si delineano così i tre criteri con cui Obama sceglie il suo gabinetto: debbono essere: o a) clintoniani, come Hillary, l’ex capo di staff della Casa bianca sotto Clinton, John Podesta, nominato capo della squadra di transizione, e il designato ministro della giustizia, Eric Holder, avvocato nero ex viceministro della giustizia sotto Clinton; o b) moderati come la neonominata ministra della sicurezza nazionale, la governatrice dell’Arizona, Janet Napolitano, o il prescelto come ministro della sanità, l’ex capogruppo al Senato e senatore del South Dakota, Tom Daschle; o c) membri del suo circolo chicagoan, come David Axelrod e Valerie Jarrett, nominati suoi consiglieri. È emblematico il caso dell’uomo più potente della nuova compagine, cioè il capo dello staff della nuova Casa bianca: Rahm Emanuel è infatti insieme un clintoniano, un chicagoan (ha esordito in politica nella mitica «macchina» democratica di Chicago del sindaco Daley jr.) e un politico di lungo corso, noto come uno «che non fa prigionieri». Con queste nomine appare delineata la nuova compagine ministeriale. Mancano solo alcune caselle, tra cui il ministero dell’energia e quello della Difesa, per cui però si continua a parlare con insistenza della conferma dell’attuale ministro di Bush, Robert Gates, che avrebbe dalla sua l’esperienza e l’essere repubblicano (personificando così la natura «bipartisan» della nuova amministrazione), ma che certo verrebbe visto dalla base progressista di Obama come la conferma che, a differenza del candidato di sinistra, il presidente eletto naviga a destra tutta.

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Qualcosa di nuovo sotto il cielo di Amburgo

Qualcosa di nuovo sotto il cielo di Amburgo
Luciana Castellina

Attentissima a qualsivoglia ammonimento ci venga dalla signora maestra Europa; solerte nel far propria ogni massima espressa da Blair, la nuova nebulosa democratica italiana e i suoi giornali hanno praticamente ignorato il congresso che la pur un tempo tanto amata Spd ha tenuto a Amburgo nei giorni scorsi.
Curiosamente, mentre da noi si liquidava ogni riferimento persino alla socialdemocrazia, lì il voto di una larga maggioranza dei cinquecento delegati ha reintrodotto con entusiasmo la dizione «socialismo democratico» nel programma fondamentale del partito, sembrandogli la parola «socialdemocratico» di significato storico meno intenso. Ha poi proceduto a far passare una quantità di emendamenti, con l’accordo del presidente o la sua condiscendenza, che rifiutano il dogma delle privatizzazioni; prolungano il sussidio di disoccupazione; reintroducono il marxismo fra le proprie radici politico-culturali; dicono della globalizzazione quasi quanto dicono i new-global; bloccano la riabilitazione delle centrali a carbone tradizionali.
Dinosauri?
Così si è affrettata a commentare la Cdu che ha denunciato il roll back rispetto alla modernizzazione del proprio partner di governo. Era ovvio. Intendiamoci: non è che a Amburgo ci sia stata una sterzata a sinistra del più antico partito della sinistra europea, ma è accaduto qualcosa di assai interessante, per ora forse di significato più che altro psicologico: il presidente Beck, e soprattutto i quadri intermedi di un partito la cui struttura è rimasta nonostante tutto quella tradizionale degli aborriti partiti del Novecento, hanno capito che se l’orgoglio di partito, la forza della propria identità, il coinvolgimento della base che ne sono la diretta conseguenza, continuavano a essere mortificati, sarebbe stata l’agonia. Il partito, inteso non come vertice o apparato, ma come corpo sociale, ha insomma reagito, è tornato a rivendicare un ruolo nei confronti del «partito dei ministri» o del «grande comunicatore».
Il quale – parliamo naturalmente di Gerhard Schroeder, che ha moltissimi difetti ma la virtù di avere un gran «naso» per gli umori della sua gente – anziché rivendicare le sue glorie, si è affrettato a dire nel suo intervento che quanto lui aveva fatto non doveva essere considerato come i Dieci Comandamenti; che nessuno è Mosè.
(E ha persino scritto un paginone su Repubblica per dire quanto è brava la Spd che ha fatto tante cose ecologiche che lui a suo tempo aveva in realtà snobbato).
Non voglio abbandonarmi ai paragoni, ma è difficile non sottolineare che fra i tre vicepresidenti eletti a Amburgo c’è Andreas Nehales, giovane come vogliono i tempi, ma importante, oltreché per la determinante anagrafica che le dà 37 anni, perché agguerrita leader di una rianimata sinistra del partito.

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Il modello irlandese, tra crescita economica e rischio di crisi sociale

2 articoli tratti da

il manifesto 16/09/07

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atti del convegno sesso e politica

http://www.ilmanifesto.it/archivi/donne-e-potere/#c364

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