rassegna stampa per la sinistra

conoscere per trasformare

il liberismo è duro a morire

intervista di M. Bonaccorsi ad Alberto Burgio

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Africani carne da macello Chi piange per il Congo?

Le stragi in Rdc e l’indifferenza della comunità internazionale

Congo, patto con il Ruanda per stroncare i ribelli
Ma a pagare con il sangue sono soltanto i civili

Francesca Marretta
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Israele è l’occupante. Il resto è menzogna

Israele è l’occupante. Il resto è menzogna

di Christian Elia *

su Peacereporter del 08/01/2009

Michel Warschawski, 60 anni, giornalista, scrittore, è una delle ‘voci contro’ della società israeliana

Michel Warschawski, 60 anni, giornalista, scrittore, è una delle ‘voci contro’ della società israeliana. Nel 1982, quando l’esercito israeliano in Libano permise il massacro dei palestinesi dei campi profughi di Sabra e Chatila da parte delle milizie cristiano-maronite, Warschawski fu tra i fondatori del movimento Yesh Gvul, che portò in piazza l’indignazione di 400mila israeliani nei confronti del loro governo. Poco dopo, nel 1984, fondò l’Alternative Information Center (Aic), per combattere dall’interno la disinformazione della società civile israeliana nei confronti dei palestinesi.

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Robert Fisk: I leader mentono, i civili muoiono, e le lezioni della storia vengono ignorate

 

Robert Fisk: I leader mentono, i civili muoiono, e le lezioni della storia vengono ignorate

di Robert Fisk *

su Osservatorio Iraq del 29/12/2008

 

 

Siamo talmente assuefatti alle carneficine del Medio Oriente che non ci preoccupiamo più – in modo da non offendere gli israeliani. Non è chiaro quanti dei morti di Gaza siano civili, ma la risposta dell’amministrazione Bush, per non far menzione della reazione pusillanime di Gordon Brown, riafferma per gli arabi quello che conoscono da decennni: in qualunque modo essi combattano contro i loro avversari, l’Occidente si schiererà dalla parte di Israele. Come al solito, il bagno di sangue è stato colpa degli arabi – che, come ben sappiamo tutti, capiscono solo le maniere forti.
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La frittata della Cosa rossa

La frittata della Cosa rossa

di Alex Zanotelli

su Il Manifesto del 21/11/2007

spese militari

Rimango esterrefatto che la
Sinistra Radicale (la cosiddetta Cosa rossa) abbia votato, il 12
novembre con il Pd e tutta la destra, per finanziare i Cpt, le missioni
militari e il riarmo del nostro paese. Questo nel silenzio generale di
tutta la stampa e i media. Ma anche nel quasi totale silenzio del
«mondo della pace».
Ero venuto a conoscenza di tutto questo poche
ore prima del voto. Ho lanciato subito un appello in internet: era già
troppo tardi. La «frittata» era già fatta. Ne sono rimasto talmente
male, da non avere neanche voglia di riprendere la penna. Oggi sento
che devo esternare la mia delusione,la mia rabbia.Delusione profonda
verso la Sinistra critica che in piazza chiede la chiusura dei «lager
per gli immigrati», parla contro le guerre e l’imperialismo e poi vota
con la destra per rifinanziarli. E sono fior di quattrini! Non ne
troviamo per la scuola, per i servizi sociali, ma per le armi sì. E
tanti!
La Difesa, infatti, per il 2008, avrà a disposizione 23,5
miliardi di euro: un aumento di risorse dell’11 per cento rispetto alla
finanziaria del 2007, che già aveva aumentato il bilancio militare del
12 per cento. Il governo Prodi in due anni ha già aumentato le spese
militari del 23 per cento!
Ancora più grave per me è il fatto dei
soldi investiti in armi pesanti. Due esempi sono gli F35 e le fregate
Fremm. Gli F35 (i cosiddetti Joint Strike Fighter) sono i nuovi aerei
da combattimento (costano circa 110 milioni di euro cadauno). Il
sottosegretario alla Difesa Forcieri ne aveva sottoscritto, a
Washington, lo scorso febbraio, il protocollo di intesa.
In Senato ,
alcuni (solo 33) hanno votato a favore dell’emendamento Turigliatto
contro il finanziamento degli Eurofighters, ma subito dopo hanno tutti
votato a favore dell’articolo 31 che prevede anche il finanziamento ai
satelliti spia militari e le fregate da combattimento Fremm.
Per gli
Eurofighters sono stati stanziati 318 milioni di euro per il 2008, 468
per il 2009, 918 milioni per il 2010, 1.100 milioni per ciascuno degli
anni 2011 e 2012!
Altrettanto è avvenuto per le fregate Fremm e per i satelliti spia.
E’
grave che la Sinistra, anche la Critica, abbia votato massicciamente
per tutto questo, con la sola eccezione di Turigliatto e Rossi, e altri
due astenuti o favorevoli. Purtroppo il voto non è stato registrato
nominativamente! Noi vogliamo sapere come ogni senatore vota!
Tutto
questo è di una gravità estrema! Il nostro paese entra così nella
grande corsa al riarmo che ci porterà dritti all’attacco all’Iran e
alla guerra atomica .
Trovo gravissimo il silenzio della stampa su tutto questo: una stampa sempre più appiattita!
Ma
ancora più grave è il nostro silenzio: il mondo della pace che dorme
sonni tranquilli. E’ questo silenzio assordante che mi fa male.
Dobbiamo reagire, protestare, urlare!
Il nostro silenzio, il
silenzio del movimento per la pace significa la morte di milioni di
persone e dello stesso pianeta. La nostra è follia collettiva, pazzia
eretta a sistema. E’ il trionfo di «O. Sistema».
Dobbiamo riunire
i nostri fili per legare il gigante, l’impero del denaro. Come
cittadini attivi non violenti dobbiamo formare la nuova rete per dire
no a questo sistema di morte e un sì perché vinca la vita.

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Eurofighter e basi, la Difesa va a go go

Eurofighter e basi, la Difesa va a go go

Tutte le cifre delle spese militari nel dossier di Sbilanciamoci: il 41% degli
impianti Usa in Italia a carico del governo, via libera al progetto F-35

Emanuele Giordana

tratto  da il manifesto 18/10/2007 Read the rest of this entry »

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Così le guardie private Usa uccidevano i civili di Bagdad

Così le guardie private Usa uccidevano i civili di Bagdad

di Mario Calabresi

su la Repubblica del 02/10/2007
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“Esercitazione di routine”. E si rischia la strage

tratto da Il Manifesto 20 sett 2007 pag. 9

“Esercitazione di routine”. E si rischia la strage
Un aereo militare partito dalla base americana di Aviano si è schiantato a terra
martedì sera, a pochi metri da un centro abitato. Subito imposto il segreto
militare, ma secondo indiscrezioni l’incidente sarebbe stato causato da
un’avaria al motore. Cittadini e sindaci scrivono al prefetto: «A rischio la
nostra sicurezza»
Orsola Casagrande
Aviano
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La crisi di Israele: lo stato ha 60 anni, l’occupazione 40

La crisi di Israele: lo stato ha 60 anni, l’occupazione 40

Quella nascita Si avvicina il giorno dell’Indipendenza per un paese in difficoltà, imprigionato nel suo fondamentalismo Quella guerra Arriva l’anniversario dei Sei giorni, la breve occupazione che è diventata normale. Stravolgendo il paese

Zvi Schuldiner

Israele si avvicina al giorno dell’indipendenza, a 59 anni dall’instaurazione dello stato, alle prese con una crisi profonda e con l’opinione pubblica sommersa di problemi apparenti. L’indipendenza di Israele è l’«indipendenza» di una società prigioniera di un nazionalismo paranoico e fondamentalista che oggi acceca la leadership e trascina l’intera società in abissi insospettabili.
Tra poche settimane saranno quarant’anni dalla guerra del ‘67. Quella che prometteva essere un’occupazione temporanea si è trasformata in un processo di annessione in cui le colonie hanno svolto un ruolo fondamentale. Oggi si discute l’evacuazione degli insediamenti «illegali» – sarebbero quelli che non contano su un’approvazione ufficiale del governo – ma dal punto di vista del diritto internazionale tutti gli insediamenti sono illegali. Ogni insediamento è un ostacolo intenzionale a qualsiasi processo di pace, una nuova ragione per i circoli fondamentalisti ebrei che desiderano assicurare la redenzione della terra santa che dio avrebbe loro promesso. Gli insediamenti non rappresentano un elemento accidentale ma la costante costruzione di ostacoli sul cammino di una pace possibile, che ai fondamentalisti ripugna.
Il fondamentalismo ebreo non è diverso da quello islamico che a tanti piace criticare: entrambi negano i diritti dell’altro e perseguono l’espulsione degli eretici di entrambi i popoli, ulteriore espressione di molti detestabili fondamentalismi che hanno tanto in comune: fondamentalismi ebrei, islamici, di mercato, dell’imperialismo tipo Bush eccetera. Quarant’anni di occupazione hanno divorato alcuni elementi essenziali della cosiddetta democrazia israeliana. Programmi razzisti o di taglio fondamentalista che in passato erano patrimonio di piccoli e criticati gruppi oggi sono parte del linguaggio legittimo di grandi settori della società israeliana.
In questi giorni tutti si chiedono che è successo alla seconda guerra del Libano e una commissione di inchiesta chiama leader e generali sul banco dei testimoni. E in attesa del verdetto la sinistra moderata, confusa e impotente, scatena la «grande battaglia» per pubblicare i documenti tenuti segreti. Lottano, vanno alla Corte suprema, si affannano per apparire nei telegiornali. E ci fanno dimenticare che una commissione del genere non serve a nulla.
Israele è andata in guerra accecata da una logica bellica che non ha nemmeno cercato un’alternativa all’uso della forza, con un esercito che è da quarant’anni un esercito d’occupazione nel quale gli ufficiali fanno carriera in base alla loro forza repressiva, diventano ufficiali perché sanno perseguire i ragazzini nei vicoli, arrivano a generale al termine di una lunga carriera di occupanti e perdono la capacità di condurre una guerra un po’ più seria della brutale repressione contro la popolazione civile. Con la cecità di chi non capisce che il confronto militare contro un’organizzazione guerrigliera come Hezbollah non è una guerra normale, e l’insensibilità morale di chi si rende sordo a ogni categoria morale. Se ci si abitua all’occupazione, dei freni morali rimane ben poco e diventa normale bombardare la popolazione o distruggere gran parte delle città nemiche.
Dopo quarant’anni e con una società in crisi, con un governo che lotta ora più che mai per la propria esistenza, arriva l’iniziativa di pace della Lega araba. Chi non ricorda l’enorme entusiasmo che provocò la visita di Sadat nel 1977? Ricordo come fosse oggi le decine di migliaia di persone che scendevano per le strade di Gerusalemme e con le lacrime agli occhi aspettavano il passaggio del presidente egiziano. Sembrava potessimo uscire dall’incubo della lotta per l’esistenza, sembrava che la pace con il principale nemico militare di Israele fosse possibile. Oggi il mondo arabo offre una pace estesa, che obbligherebbe Israele a liberarsi dei tentacoli del fondamentalismo nazionalista, e nessuno si emoziona. I demagoghi della destra strillano sui pericoli dell’offerta araba e attendono il momento per gonfiare una volta di più i supposti pericoli mortali derivanti dalle dichiarazioni del molto imbecille presidente dell’Iran.
Così i leader stranieri vanno e vengono ma la situazione internazionale non cambia, i deboli leader israeliani balbettano formule di dialogo che cercano di nascondere la loro impotenza, l’occupazione del Territori continua con la sua routine di violenza e di fame per i palestinesi, la repressione fa germogliare nuove possibilità per il terrorismo islamico.
Il primo ministro, il presidente, i ministri sono sospettati di diverse forme di corruzione e spesso arrivano poliziotti che li interrogano su crimini reali o immaginari. E la lotta contro la corruzione condotta da alcuni leader si trasforma nel tema politico centrale, quando invece il vero problema è la corruzione intrinseca del neoliberalismo rampante che domina società ed economia. L’economia cresce e la diseguaglianze si fa più profonda, i poveri sono ogni giorno più poveri, i problemi sociali si aggravano. Il sistema sociale è stato colpito e quasi distrutto nel processo impositivo di un’economia thatcheriana. E la guerra nel nord all’improvviso provoca uno choc: come è possibile che gli anziani non vengano assistiti dal sistema? Perché c’è gente che soffre la fame o le malattie, a cui i servizi sociali non arrivano? Dove sono finiti i servizi sociali (parzialmente distrutti durante gli anni «allegri» del neoliberalismo)?
Non serve alcuna commissione d’inchiesta: la guerra nel suo aspetto militare, la guerra con le sue ripercussioni socio-economiche, mostra chiaramente i risultati di lunghi anni in cui dal lato del conflitto si è determinata una concentrazione della logica della forza e dal lato socio-economico si è determinata la devastazione dello stato sociale e l’imposizione di un regime neoliberale.
Mentre la maggioranza di questo paese si ostina ad attendere i risultati della commissione d’inchiesta, mentre crescono le critiche – in parte giustificate – contro la leadership politica, allo stesso tempo la stessa gente elude elegantemente l’essenza dei problemi. Il giorno dell’Indipendenza si avvicina e il governo si trasforma sempre di più nel servo dei disegni del presidente americano Bush, dei suoi piani criminali. L’Indipendenza si avvicina e l’occupazione resta parte centrale della nostra vita. L’indipendenza arriva e Israele è prigioniera del neoliberalismo, della sua crescita basata sull’ineguaglianza, dello sfruttamento sui segmenti più deboli della popolazione.
Questi sono giorni più che tristi per un’Israele che invece di festeggiare i suoi successi dovrebbe riconoscere di essere una democrazia in profonda crisi, e senza la minima forz

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Quei sottomarini vietati negli States

Porto di Napoli
Quei sottomarini vietati negli States
Napoli

Il porto di Napoli è inserito nell’elenco degli undici porti a rischio del nostro paese, perché periodicamente vi transitano i sottomarini a propulsione nucleare targati Usa. I natanti possono misurare 110 metri, pesare 7mila tonnellate e sono dotati di reattori nucleari simili a quelli delle centrali, solo che non hanno a disposizione le pesanti schermature di sicurezza di quest’ultime. Costerebbero troppo e non sarebbero adatte a un sottomarino. Così l’Italia pur avendo respinto con un referendum il nucleare è comunque sottoposto ai rischi di un incidente a cause delle servitù militari. Dal 2001 gli Stati Uniti, invece, con le nuove leggi antiterrorismo hanno deciso che i sottomarini nucleari devono stare ben lontani dalle loro coste. Da noi è previsto e consentito da accordi bilaterali suggellati all’interno dell’Alleanza atlantica.
I rischi in cui versa il porto di Napoli sono stati messi in luce con un opuscolo dal Comitato smilitarizziamo la città guidato da padre Alex Zanotelli. L’allarme ha provocato una interpellanza parlamentare da parte del deputato di Rifondazione Giuseppe De Cristofaro al quale sono state date sommarie rassicurazioni. Dalla risposta di Lorenzo Forcieri, sottosegretario alla difesa, si capisce che l’attracco è subordinato all’autorizzazione del ministero; che la Marina militare ha approntato un piano di emergenza già dal 1964, ma i cittadini non ne sono a conoscenza; che c’è la disponibilità di un rimorchiatore per il trasferimento fuori porto. Ma come si fa in caso di esplosione?
Forcieri ha quindi assicurato che dal gennaio 2006 esiste un Ppe a disposizione della prefettura di Napoli, eppure nessuno ha mai pensato di divulgarlo pubblicamente. Infine il sottosegretario ha sostenuto che negli ultimi tre anni nel golfo hanno sostato solo la USS Roosevelt, dal 19 al 23 settembre 2005 alla fonda e la USS Eisenhower, dal 17 al 21 ottobre 2006 alla fonda. Peccato che quest’ultima sia una delle portaerei più grandi della marina statunitense che attualmente, nel Golfo Persico, avrebbe il compito di puntare sull’Iran. Ma secondo uno studio statistico, ci sarebbero circa 160 passaggi di sottomarini nelle basi italiane. Il porto di Napoli è al terzo posto, dopo La Maddalena e Taranto. Ma è chiaro che essendo tutti i transiti sotto segreto militare nessuno può conoscere i futuri progetti.

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atti del convegno sesso e politica

http://www.ilmanifesto.it/archivi/donne-e-potere/#c364

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