Intervista a Cossiga «Non rimanderei i blindati in piazza Molti autonomi finirono nelle Br»

«Non rimanderei i blindati in piazza Molti autonomi finirono nelle Br»

Intervista a Francesco Cossiga.


• da Corriere della Sera del 25 gennaio 2007, pag. 25

di Aldo Cazzullo

Presidente Cossiga, nel suo libro 1977
Lucia Annunziata la chiama Dottor Stranamore, e la accusa di aver
«fatto dello scontro politico una sfida personale con il movimento».
«Sono amico della Annunziata, le presenterò il libro; così come ho
amici cari tra gli ex di Lotta continua, tra i ragazzi del ’68.
Credevano di essere una grande partito operaio, i veri rivoluzionari.
Non avevano capito che, se avesse potuto, Togliatti la rivoluzione
l’avrebbe fatta eccome, proprio come a Praga, Varsavia, Sofia».

Con i gulag per voi democristiani?
«No.
Si sarebbe concesso un partito cattolico: la Dc sarebbe stata come Pax
in Polonia o come il partito dei contadini. E Nenni non sarebbe stato
impiccato come Slansky ma avrebbe avuto la presidenza di una
fondazione».

Cosa risponde a chi le rimprovera di aver soffiato sul fuoco del ’77?
«La
migliore risposta la potrebbe dare Fausto Bertinotti. Quell’anno lo
incontrai a Torino. Parlammo a lungo. Tornato a casa, disse alla
moglie: questo è il ministro dell’Interno più democratico che potessimo
avere».

Non ha nulla da rimproverarsi?
«Ho
uno scrupolo. Io ho stroncato definitivamente l’autonomia: mandando i
blindati a travolgere i cancelli dell’università di Roma e rioccuparla
dopo la cacciata di Lama; poi inviando a Bologna, dopo la morte di
Lorusso, i blindati dei carabinieri con le mitragliatrici, accolti
dagli applausi dei comunisti bolognesi. Tollerammo ancora il convegno
di settembre; poi demmo l’ultima spazzolata, e l’autonomia finì. Ma la
chiusura di quello sfogatoio spostò molti verso le Brigate rosse e
Prima Linea».

Sta dicendo che se potesse tornare indietro non manderebbe più i blindati all’università di Roma o a Bologna?
«Mi
farei più furbo. Incanalando la violenza verso la piazza, l’avremmo
controllata meglio, e alla lunga domata. Riconquistando la piazza, si
spinsero le teste calde verso la violenza armata».

Ne parlò mai con suo cugino Berlinguer?
«Berlinguer
pose come condizione, per sostenere con l’astensione il primo governo
Andreotti, che io rimanessi al Viminale, dove mi aveva messo Moro. Non
avevamo bisogno di parlarne. E la disposizione che avevo dato alla
polizia era: se sono operai, giratevi dall’altra parte; se sono
studenti, picchiate tosto e giusto. Mai più i morti di Reggio Emilia.
Dal Pci non vennero mai critiche alla linea dura. Anzi, un grande
leader comunista e partigiano… ».

Pajetta?
«Questo
lo dice lei. Un leader mi disse: ora che avete qualche terrorista in
carcere, perché non gli date una strizzatina? Gli attacchi semmai
venivano da uomini del mio partito, che mi chiedevano una risposta
ancora più ferrea. E da Montanelli, che mi rimproverò di aver voluto la
milizia rossa, quando Agnelli e Lama si accordarono per creare squadre
di autoprotezione contro i sabotaggi in fabbrica. L’intesa avvenne al
Viminale. Il presidente della Confindustria e il capo della Cgil però
evitarono di incontrarsi. Restarono in due stanze attigue, e io facevo
la spola».

In piazza c’erano gli agenti in borghese con la pistola, vero?
«Vero.
Ma contro la mia volontà. Chiesi notizie al questore di Roma, che negò.
Ma quando i giornalisti dell’Espresso mi mostrarono foto
inequivocabili, andai alla Camera a chiedere scusa, e destituii il
questore».

Fu un errore vietare i cortei per un mese e mezzo, dopo la morte dell’agente Passamonti?
«Quella
decisione non fu mia, ma del comitato interministeriale per la
sicurezza, presieduto da Andreotti. Ricordo che Donat-Cattin spinse
molto per il divieto. Le mie perplessità furono zittite da Evangelisti,
che mi disse: “Non hai le palle per farlo”. Fu facile replicargli:
“Come fai a dire questo a uno che non sa se tornerà a casa stasera?”».

Le misero anche una bomba in ufficio.
«Nello
studio privato di via San Claudio, a mezzogiorno, un’ora in cui ero
sempre là. Quel giorno il consiglio dei ministri si era protratto più
del previsto. Sentimmo un botto. Un collega pensò al cannone del
Gianicolo; ci avvertirono che era una bomba. Tutti balzarono in piedi
tranne me, che dissi ad Andreotti: “Giulio, vedrai che l’hanno messa
nel mio studio”. Era stato un terrorista rosso travestito da frate. Non
l’abbiamo mai beccato. I vetri del palazzo andarono in frantumi:
dovetti mandare fiori a tutte le signore, ovviamente pagati con i fondi
riservati del ministero».

Il 12 maggio fu uccisa Giorgiana Masi.
«Avevo
supplicato in ginocchio Pannella di rinunciare alla manifestazione in
piazza Navona. Gli ricordai che io stesso avevo mandato la polizia a
impedire un comizio democristiano a Genova. Gli dissi che i radicali
non erano in grado di difendere la piazza e chiunque si sarebbe potuto
infiltrare. Tutto inutile ».

Chi fu a sparare?
«La
verità la sapevamo in quattro: il procuratore di Roma, il capo della
mobile, un maggiore dei carabinieri e io. Ora siamo in cinque: l’ho
detta a un deputato di Rifondazione che continuava a rompermi le
scatole. Non la dirò in pubblico per non aggiungere dolore a dolore».

Fuoco amico?
«Questo
lo dice lei. Il capo della mobile mi confidò di aver messo in frigo una
bottiglia di champagne, da bere quando sarebbe emersa la verità,
pensando a tutto quanto ci hanno detto».

Capo dei giovani comunisti era D’Alema.
«La
Fgci e Cl furono le uniche a contrastare gli autonomi. Infatti vennero
prese di mira. Quando a Milano cadde Custrà e venne scattata la famosa
foto dell’autonomo che spara, fu una delle due organizzazioni – non
dirò quale – a dirci il nome del pistolero».

Adriano
Sofri scrive di aver sostenuto l’amnistia nel ’77 in quanto, presagendo
il diluvio, bisognava comportarsi come se il diluvio ci fosse già
stato.

«Stimo
Sofri. Mastella dovrebbe avere un gesto di coraggio e graziarlo: è
assurdo che Manconi sia sottosegretario e il suo ex leader rischi di
dover tornare in galera. Considero Sofri innocente per la morte di
Calabresi; credo sappia chi è stato, ma non lo dirà mai. Quanto
all’amnistia, la si fa a guerra finita e vinta, non prima. Il Curcio di
allora non era quello di oggi. So per certo che quand’era latitante un
dirigente del Pci milanese, non dell’ ala secchiana, lo contattò per
garantirgli il perdono giudiziario in cambio della rinuncia alla lotta
armata, invano. E poi Curcio mi è antipatico anche oggi: presuntuoso,
supponente. Quando nel suo libro elenca i caduti e li compatisce, non
ha una parola per Guido Rossa, su cui peraltro tacciono anche i Ds:
nella cultura comunista non c’è comprensione per chi collabora con il
potere; un compagno non va tradito neppure quando sbaglia. Questo
spiega anche il silenzio sceso su Ugo Pecchioli».

Com’erano in realtà i suoi rapporti con Pecchioli?
«Fu
sempre leale con me, e io con lui. Siamo stati i responsabili della
manipolazione del linguaggio: quando ci accorgemmo che i sovversivi
facevano presa sugli operai, cominciammo a chiamarli criminali. Questo
non mi impedì, in una conversazione con Carlo Casalegno, di dire cosa
pensavo davvero di loro».

Come andò?
«Ero
a Torino. Casalegno mi chiese un’intervista. Risposi che avevo parlato
fin troppo; ma che l’avrei visto volentieri, per dargli elementi per il
suo articolo. Venne con Arrigo Levi. E io dissi che le origini
ideologiche delle Br andavano ricercate nel marxismo leninismo storico,
unito all’utopia cattolica appresa a Trento. Quando uscì il pezzo di
Casalegno, venne da me Tonino Tatò, braccio destro di Berlinguer, a
protestare. Tenni il punto: non è vero che Lenin escludesse il
terrorismo; lo condannava come azione esemplare, ma lo approvava come
detonatore della rivoluzione. L’idea delle Br, appunto. Pochi giorni
dopo quell’articolo, Casalegno fu assassinato. E’ un altro scrupolo che
mi porto dentro. Aver raccolto le mie parole gli costò la vita ».

Con alcuni brigatisti lei ha poi avuto rapporti amichevoli.
«Sono
stato in carcere a trovare Prospero Gallinari su richiesta della
famiglia. Mi disse: io non sono un intellettuale come altri compagni
che ha conosciuto, ero un operaio che leggeva di notte; resto un
militante comunista, e lei per me resterà sempre il ministro
dell’Interno. La cosa mi piacque. Mi adoperai per farlo uscire di
prigione, dove sarebbe morto, malandato com’era».

Fu Gallinari a sparare a Moro?
«No.
Né lui né Moretti. Mi risulta che fu l’ingegner Altobelli, Germano
Maccari, l’ultima figura a emergere. Mancano ancora i due in
motocicletta che fecero da staffetta in via Fani. Ma i brigatisti non
ne diranno mai i nomi. Tutto si può chiedere a un irriducibile, non
quello. Uno di loro mi scrisse, quando Alberto Franceschini prese la
tessera Ds, per chiedermi la tessera dell’Udr: “In fondo lei ha portato
il primo comunista al governo, D’Alema”. La motivazione mi parve
ineccepibile. Fui tentato di tesserarlo davvero. Mastella non avrebbe
avuto obiezioni: per una tessera in più…».

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